Europa Mondo

Se si vuole il bene dell’Ue basta con l’utopia degli Stati Uniti d’Europa

«Nuova seria sconfitta dell´europeismo nell’Europa centro-orientale. Nella civilissima, avanzata Repubblica ceca il capo dello Stato uscente, il russofilo nazionalpopulista xenofobo Milos Zeman, ha sconfitto lo sfidante europeista accademico Jiri Drahos al ballotaggio delle elezioni presidenziali». L’incipit di questo articolo con il quale Repubblica presenta in modo imparziale e oggettivo l’esito delle elezioni presidenziali nella Repubblica Ceca di qualche giorno fa è emblematico della poca obiettività che viene riservata all’analisi delle tematiche europee; un’obiettività che latita molto anche in questa campagna elettorale.

Il 20 gennaio scorso Matteo Renzi, dando il via alla campagna elettorale del Partito Democratico al Palazzo del Ghiaccio di Milano, ha tuonato: «Il futuro sono gli Stati Uniti d’Europa e noi chiediamo agli altri partiti da che parte stanno. In Italia abbiamo i no euro, i boh euro e i sì euro». Tralasciando, per carità di patria, l’infantile gioco del sì, no, boh – slogan da campagna elettorale, si dirà: di certo un ulteriore contributo per un livellamento verso il basso del dibattito politico – vale la pena soffermarsi brevemente sull’ormai arcinota locuzione Stati Uniti d’Europa. L’idea che l’Unione Europea possa diventare una federazione come quella americana non è solo fallace, ma è un pericoloso estremismo che rischia di ottenere l’effetto contrario: ovvero, vedere crescere il risentimento e la disaffezione verso Bruxelles. In un momento in cui dovrebbero prevalere autocritica e innovazione istituzionale, si rincorrono utopie che pretendono di costruire il futuro ma ignorano scientemente le problematiche del presente.

I sostenitori degli Stati Uniti d’Europa non si sono accorti di tre fattori che, in sostanza, stanno già mandando in soffitta i loro sogni. Il primo è quell’Europa a più velocità che, nei fatti, è già una realtà, sostenuta dal direttorio franco-tedesco. L’idea che vi siano accordi a geometria variabile, dove la discriminante è la volontà di ogni Paese di aderire o meno ad un ulteriore livello di integrazione, non è esattamente il trionfo dell’europeismo – e ancor meno di un ipotetico federalismo europeo –, bensì una pragmatica rivalutazione del modello intergovernativo. Paradossale che sia proprio l’attivismo di Macron, celebrato al momento della sua elezione – incoronazione? – a presidente della Repubblica come salvatore dell’Unione, a decretarne in contrario una sorta di ridimensionamento.

In secondo luogo, l’Unione deve fare i conti con un’evidente spaccatura a Est, dove il cosiddetto blocco di Visegrad, composto da Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia, si muove ormai quasi autonomamente da Bruxelles e sempre in rotta di collisione con l’asse franco-tedesco. Questa nuova cortina di ferro rischia di essere pesantemente sottovalutata, sia nel breve che nel lungo termine, e pone ulteriori interrogativi sia sulla stabilità attuale dell’Unione, sia nell’ottica degli improbabili Stati Uniti d’Europa. In terzo luogo, la Brexit ha dissacrato il dogma dell’indivisibilità dell’Unione, dando un duro colpo alle certezze degli establishment che, dopo aver predetto un futuro di sventure per il Regno Unito, si sono dovuti arrendere a più miti consigli. Un atteggiamento che ricalca quello tenuto nei confronti di Donald Trump, la cui elezione avrebbe dovuto devastare l’economia americana: la realtà ha presentato alle cassandre di Bruxelles un conto leggermente diverso.

Quella che abbiamo già, dunque, dinanzi agli occhi è un’Unione profondamente divisa: e questa non è certo una responsabilità dei cosiddetti “sovranisti” ma di chi ha preferito ignorare i segnali di malessere che covavano nell’opinione pubblica. Continuare ad ignorare queste problematiche, chiudendosi nell’ostinata illusione che possa bastare qualche orecchiabile formula magica o un Inno alla gioia per ritrovare armonia e, soprattutto, una concretezza d’azione, significa non avere chiare le sfide che il Vecchio Continente ha dinanzi a sè. Così come è del tutto inutile continuare ad etichettare come populista, nazionalista e xenofobo qualsiasi tentativo di criticare questa barcollante Unione.

Federico Cartelli

Nato a Padova nel 1983, è laureato in Scienze politiche all’Università Federico II di Napoli. E' analista di politica italiana e internazionale. Ha pubblicato per Il Giornale, nella collana “Fuori dal coro”, il libro "La costituzione più brutta del mondo" e, per Edizioni La Vela, "A Trump romance - Cronaca di un'elezione mai annunciata". Ha inoltre pubblicato, su Amazon, "Guida rapida e razionale contro la riforma costituzionale" e "Costituzione, Stato e crisi – Eresie di libertà per un Paese di sudditi", con prefazione di Carlo Lottieri.

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