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Renzi: mille giorni per rottamarsi

Poker chips, large sum concept

di Federico Cartelli

La sconfitta per Matteo Renzi è stata pesante, nettissima, oltre ogni previsione. All’ex presidente del Consiglio va riconosciuto l’onore delle armi. S’è battuto come un leone, e ne ha doverosamente tratto le conseguenze. Attenzione, però, a definirlo frettolosamente uno statista: non è sufficiente un ottimo discorso di commiato per meritarsi tale appellativo. Fino a prova contraria, uno statista – prima di tutto – deve governare bene. Renzi ha può affermare di avere operato in modo soddisfacente? La realtà dice il contrario, e non è il caso di snocciolare in questa sede numeri noti e arcinoti. L’Italia non ha cambiato verso, e il fallimento è evidente. Volgendo la sguardo indietro, a questi mille giorni di governo, rimane la sensazione di avere assistito al grande capriccio di una banda di arrivisti che, forse, hanno guardato con troppo trasporto emotivo la fortunata serie House of Cards. Perché se pensiamo alla genesi di questo governo, che si può sintetizzare nell’immagine di Enrico Letta letteralmente umiliato da Matteo Renzi, e al modo in cui poi è stata portata avanti la narrazione renziana, le parole a balzare alla mente non sono certo “ripresa”, “fiducia”, “cambiamento”. Piuttosto, “arroganza”. Tutti i gesti (o comunque la stragrande maggioranza) dell’ex sindaco di Firenze sono stati arroganti, prevaricatori, esageratamente eccessivi verso il dissenso interno ed esterno, e esageratamente auto-celebrativi nei confronti di sè stesso.

A generare tale scomposto comportamento è stato il delirio di onnipotenza che è seguito alle elezioni europee. Similmente al defunto Popolo della Libertà, la sbornia di quell’appuntamento elettorale che aveva visto trionfare il Partito Democratico, ha dato alla testa al rottamatore, che è finito rottamato. La personalizzazione non richiesta ma esasperata e voluta da Renzi, sin dall’inizio, della riforma costituzionale e del referendum che ne è derivato – alla ricerca di un plebiscito trasformatosi in schiaffo – sono il risultato non di un progetto politico oculato, ma di un ego ipertrofico. Si è voluto, a tutti i costi, giocare un inutile all-in. Si è voluto difendere a tutti i costi l’indifendibile, appellandosi ad argomenti sempre più fragili, nonostante i contenuti della riforma fossero, oggettivamente, confusi e labili. Si può presentare come scossone allo status quo una riforma sostenuta da Casini, Prodi, Verdini e Napolitano? Suvvia. Neppure il più abile dei venditori sarebbe riuscito a piazzare una merce tanto scadente. Non sarebbe stato, forse, più opportuno, accantonare la riforma e pensare a rilanciare per davvero un Paese in stato comatoso?

Questa esasperante singolar tenzone non era proprio necessaria; ma a pagare il prezzo più alto saranno i conti pubblici e le tasche degli italiani, che si troveranno nei portafogli gli ulteriori debiti contratti per elargire le numerose mancette pre-referendarie, che a nulla sono servite. Renzi afferma di avere avuto “tutti contro”. Ripensando alla campagna referendaria del 2006, dove Berlusconi sì aveva davvero tutti contro, viene da sorridere. Renzi ha, di fatto, avuto dalle propria parte tutte le televisioni e tre quarti della carta stampata, senza contare gli ulteriori endorsement più o meno espliciti di altri influencer noti e meno noti, e il puntuale terrorismo psicologico dei giornali finanziari. Senza dimenticare un comitato promotore dotato di enorme capacità di spesa che ha martellato dovunque, senza sosta, affidandosi a ogni mezzo possibile, nonché l’accondiscendenza di alcuni sondaggisti che avevano diffuso la bufala di un netto recupero – con tanto di sorpasso – da parte del sì. Non è il caso, ora, di scadere nel vittimismo o di giocare all’uomo “solo contro tutti”. Il supporto c’è stato, eccome.

Gioiscono Grillo e le varie anime del centrodestra, che fanno a gara per mettere il cappello sulla vittoria. In verità, è fallace e illusorio dare per assodato che i milioni di “no” alla riforma si convertiranno automaticamente in voti sonanti alle prossime elezioni politiche, in particolare per i partiti alternativi al Movimento 5 Stelle. I problemi del centrodestra sono gli stessi di prima: mancanza di una linea comune, spaccatura netta e sempre più palese tra l’asse Salvini-Meloni e la frastagliata e disorientata area più moderata, l’ingombrante figura di Silvio Berlusconi. Il centrodestra non può fare congressi o trovare regole, che attualmente non ha, sulla scorta di un referendum costituzionale. Eppure gli argomenti programmatici ci sarebbero: Veneto e Lombardia hanno detto un enorme “no” ad una riforma che li avrebbe penalizzati in termini di autonomia. Il tema è sempre lo stesso, il federalismo. Prima o poi bisognerà, volenti o nolenti, riparlarne.

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