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“America first” manifesto per la destra? Per la nostra politica estera “non va”

La “prima” di Donald Trump all’Onu a New York aiuta a scardinare due luoghi comuni. Il primo? Le parole dell’inquilino della Casa Bianca hanno sconfessato chi credeva che un presidente isolazionista coincidesse con un presidente “indifferente” al mondo. Sulla Corea del Nord, sull’Isis, sul Medio Oriente, Trump ha rivendicato un rinnovato protagonismo a stelle e strisce. Ovviamente con una lettura tutta interna e non “universalista” del ruolo degli Stati Uniti nello scacchiere internazionale: “Difenderò sempre gli interessi americani. Lavoreremo sempre con gli alleati ma non si potrà più approfittare di noi. Non vogliamo imporre il nostro stile di vita a nessuno – ha aggiunto – ma l’America vuole essere un modello”. Il punto è chiaro: “Metterò sempre l’America al primo posto”- Questa è la declinazione oltreconfine dell’America first, l’America prima di tutto, che non significa solo protezione del mercato e del lavoro ma, inevitabilmente, anche intervento, moral suasion, pressione laddove gli interessi americani o la sua sicurezza vengano a suo avviso minacciati.

Un altro passaggio del suo intervento, poi, aiuta a ragionare sul secondo equivoco: “Dobbiamo respingere le minacce alla sovranità – ha spiegato -, dall’Ucraina al Mar Cinese Meridionale. Dobbiamo osservare il rispetto del diritto, rispettare i confini e rispettare la cultura e la cooperazione pacifica”. Per fare questo a suo avviso “serve una coalizione di Stati forti e indipendenti che sfruttano la loro sovranità per promuovere la pace”. Richiamo alla cooperazione, al rispetto della sovranità: un prontuario sottoscrivibile. Peccato, però, che anche qui emergono gli interessi stragegici: l’accordo sul nucleare con l’Iran e i i risvolti della crisi ucraina su tutti. Dossier, come è noto, sui quali l’Europa, e l’Italia in particolare, hanno un’altra sensibilità e una diversa prossimità.

Ciò che cosa aiuta a delineare? Che Donald Trump è sì il leader di una destra americana che ha elementi di assoluto interesse e la sua elezione continua a delineare contenuti utili all’elaborazione di proposte e controproposte oltre oceano. Ma proprio questo dovrebbe chiarire l’equivoco: Trump, per sua stessa volontà, non è il riferimento della destra internazionale. Prima di tutto per una ragione di stretta realpolitik: gli interessi dell’America non coincidono più con quelli europei e con quelli italiani. Dal Mediterraneo alla Russia, dal Medio Oriente al Golfo Persico non vi è quasi più concorso di interessi né può più risultare convincente il principio del “regime change” che ha evidenziato una serie di flop e di destabilizzazioni che sono piovute sulle spalle degli Stati europei (nonostante, diciamo, l’ispirazione sia stata tutta Usa).

Ecco allora che quando The Donald ribadisce il suo “America first”, come elemento polivalente, una destra responsabile e italiana dovrebbe rispondere: sì, ma non per noi. Tutto da rivedere? Al contrario. Proprio Trump con la sua rivalutazione degli Stati sovrani e degli interessi nazionali apre una strada a una riflessione più completa e complessa sulla nostra politica estera. Sì ha ragione il presidente degli States a non voler più imporre un modello agli altri ma a considerare la sua America “un modello”, ma ciò significa che altrettanto è chiamata a fare e a incarnare una proposta politica di stampo mediterraneo. E lo dovrebbe fare proprio con le parole con cui Trump ha chiuso il suo intervento all’Onu: “Vogliamo armonia e amicizia, non conflitti e scontri, siamo guidati dal risultato, non dall’ideologia”. Esatto. Ma a casa nostra ci sta “l’Italia al primo posto”.

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