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Dall’antiberlusconismo all’antitrumpismo militante

“Abbiamo rifiutato di cantare alla cerimonia di insediamento di Donald Trump perché non siamo mai stati d’accordo con le sue idee. Non possiamo appoggiare un uomo che ha basato la sua ascesa politica sul populismo oltre che su atteggiamenti xenofobi e razzisti. Come artisti abbiamo una grande eco. Non potevamo cantare per una persona con cui non condividiamo quasi niente”. Testo e musica di Gianluca Ginoble, Ignazio Boschetto e Piero Barone, al secolo Il Volo. Il loro gran rifiuto – la cui eco ha ampiamente superato la soglia del ridicolo – è solo l’ultimo di una lunga lista che comprende altri nomi “illustri”, e rappresenta un antipasto di quale sarà l’atteggiamento di stelline e media nei confronti del prossima amministrazione americana. Il variegato mondo liberal, non ancora soddisfatto per lo schiaffo ricevuto alle elezioni presidenziali, non intende rassegnarsi in alcun modo al verdetto delle urne. Prepariamoci a vedere, anzi a rivedere, una versione a stelle e strisce di quanto noi italiani abbiamo già conosciuto per circa vent’anni, tra la fine degli anni Novanta e i primi dieci anni del nuovo millennio: così come dalla gioiosa macchina da guerra di occhettiana memoria alla gioiosa macchina da guerra clintoniana il passo è stato breve – e medesimo l’esito della battaglia -, così attendiamoci un’americanizzazione dell’antiberlusconismo militante, che si declina in antitrumpismo militante.

I progressisti hanno già trovato un nuovo modo di distribuire e appuntare sul petto le medaglie della superiorità morale e antropologica: riverire e applaudire coloro che rifiutano di cantare alla cerimonia di insediamento di Donald Trump, che si terrà il prossimo 20 gennaio. Non paghi di aver bombardato i giornali, le televisioni e internet per mesi con appelli, dossier e scandali montati ad arte, essi rifiutano ogni auto-critica – nella migliore tradizione della sinistra italiana, verrebbe da dire – e perseverano nella divisione del mondo in buoni e cattivi dove loro, ovviamente, appartengono alla prima categoria. Così faranno nei prossimi mesi: ogni parola, ogni azione, ogni proposta di Trump, positiva o negativa che sia – tale aspetto nell’era della post-verità non è rilevante – non verrà analizzata, bensì sommersa aprioristicamente da un controcanto di pernacchie e urli isterici. Perché Berlusconi era fascista, ma Trump lo è molto di più. Aspettiamoci i girotondi intorno alla Casa Bianca, magari guidati da Lady Gaga e Michael Moore. Eppure, sempre noi italiani dovremmo sapere qual è stato l’esito dell’inutile estremismo emotivo che ha dominato lo scontro totale fra berlusconiani e antiberlusconiani. Mentre sui giornali e nei talk show si giocava al politico buono e al politico cattivo, l’Italia è andata alla deriva. Che cosa è rimasto, delle singolar tenzoni a Ballarò, degli appelli di Repubblica, degli avvisi di garanzia, dell’emergenza democratica gridata ai quattro venti ogni santo giorno? Un cumulo di macerie sul quale ha banchettato fiero il grillismo. Ora guardiamo a quegli anni di esasperazione comunicativa e ci sembrano lontani, per certi versi quasi infantili. Mentre eravamo ipnotizzati dai duelli fra Berlusconi e la magistratura, fra Berlusconi e Travaglio, il mondo intorno a noi è cambiato velocemente: l’Italia invece, è rimasta ferma, e si è scoperta sempre più fragile e vulnerabile.

Chi vuole osservare e ambisce ad analizzare la politica americana non può farlo indossando gli occhiali dei propri wishful thinking o, peggio, approcciandosi ai fatti come un collezionista di figurine, pensando che la parata di celebrità alla feste di addio di Obama e le contestuali assenze alla cerimonia di insediamento di Trump siano un termometro attendibile del reale sentiment degli Stati Uniti nei confronti della prossima presidenza. Trump non è il Messia e, come i predecessori, andrà giudicato sulla base di quelle che saranno le sue azioni: la bontà delle sue idee, al momento, è tutta da dimostrare e verificare. Sembra opportuno, comunque, ricordare ai più tifosi più esagitati – americani e non – che la democrazia statunitense pone già un severo pit-stop temporale al nuovo inquilino della Casa Bianca, ovvero le elezioni di midterm che si svolgeranno tra due anni: quello, sì, sarà uno strumento veritiero per fare il tagliando all’operato del neo presidente, molto più dell’infantile chiasso di qualche comparsa di Hollywood o degli scomposti editoriali di qualche elitario influencer. Nel frattempo, la speranza è che agli Stati Uniti non tocchi lo stesso decadente destino di quell’Italia così impegnata ad urlarsi addosso.

Federico Cartelli

Nato a Padova nel 1983, è laureato in Scienze politiche all’Università Federico II di Napoli. E' analista di politica italiana e internazionale. Ha pubblicato per Il Giornale, nella collana “Fuori dal coro”, il libro "La costituzione più brutta del mondo" e, per Edizioni La Vela, "A Trump romance - Cronaca di un'elezione mai annunciata". Ha inoltre pubblicato, su Amazon, "Guida rapida e razionale contro la riforma costituzionale" e "Costituzione, Stato e crisi – Eresie di libertà per un Paese di sudditi", con prefazione di Carlo Lottieri.

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