Focus

Decreto Franceschini, la vittoria del protezionismo culturale

Decreto Franceschini

“Una riforma attesa da oltre cinquant’anni”. E che puntualmente arriva in prossimità delle elezioni, ma forse si tratta solo di una coincidenza. Il ministro dei beni culturali e del turismo ha usato parole trionfali per annunciare l’approvazione della nuova legge sul cinema che porta il suo nome. Senza ombra di dubbio si tratta di un provvedimento che farà la felicità degli addetti ai lavori e di tutti coloro che al libero mercato e alla libertà di scelta del consumatore preferiscono il protezionismo d’accatto e le sovvenzioni pubbliche finanziate dal portafoglio dei cittadini. Franceschini rivendica un grande successo: «Si interviene in modo sistematico sulla disciplina del settore e della produzione audiovisiva, riconoscendo il ruolo strategico dell’industria cinematografica come veicolo formidabile culturale e di promozione del Paese all’estero» – e dice di ispirarsi alla Francia per la gestione e il rilancio del cinema italiano. Non è dato sapere per quale motivo l’Italia debba spesso importare modelli transalpini, con risultati demenziali: ad esempio, avere una pressione fiscale seconda solo a quella francese, ricevendo però in cambio però di servizi pubblici sudanesi. La verità è un’altra: nonostante i lauti fondi già ricevuti in questi anni, il cinema italiano sforna film di bassa qualità, e si aggrappa alle commedie di Checco Zalone per rimanere in vita. Il pubblico si orienta verso produzioni straniere e snobba il cosiddetto cinema d’autore – sempre che ve ne sia ancora uno – di casa nostra: pertanto, ecco che interviene la longa manus dello Stato, che trova moralmente doveroso rubare il telecomando agli spettatori e imporre loro una nuova programmazione.

Andando a spulciare, infatti, le principali novità introdotte dal decreto Franceschini, ci si trova innanzi a un film dalla trama tragicomica. La legge interviene a gamba tesa sulla programmazione delle emittenti televisive – anche private – imponendo un progressivo aumento della quota minima giornaliera dedicata a film, fiction e programmi di produzione europea (il 50% per il 2018, il 55% per il 2019 e il 60% per il 2020). Di questi, un terzo dovrà essere italiano, per mamma Rai almeno la metà. L’aspetto comico è che tali disposizioni valgono anche per i palinsesti dei broadcaster digitali, Netflix e Amazon, recependo così addirittura in anticipo – che solerzia – una normativa europea ancora in fase di discussione. Ma non è tutto: per ciò che concerne gli investimenti, le reti private dovranno destinare il 15% degli introiti per l’acquisto di produzioni italiane ed europee, percentuale che sale al 20% per la televisione pubblica. Le emittenti che non rispetteranno la nuova normativa saranno punite con multe salate, che vanno dai 100 mila ai 5 milioni di euro, oppure fino al 3% del fatturato qualora il valore di tale percentuale sia superiore ai 5 milioni.

A nulla è servita la sollevazione di Rai, Mediaset, Sky, Discovery, La7, Viacom, Fox, Disney e De Agostini, che hanno inviato una dura quanto inutile lettera di protesta al ministro Franceschini, definendo “un’imposizione insostenibile” quanto previsto dalla riforma. Di tutt’altro avviso l’associazione “100 autori”, la quale dichiara che “più risorse significa più concorrenza”. Probabilmente non è chiaro che una situazione di concorrenza in un’economia libera implica che ogni agente abbia la forza di presentare i propri prodotti sul mercato e di restarci solo se i consumatori decideranno di premiarli con l’acquisto. Di certo, la riforma Franceschini non incontra questi principi ed è un esempio ridicolo di protezionismo culturale, inserendosi nel solco della peggiore tradizione italica fatta di sovvenzioni pubbliche e agevolazioni a settori incapaci di competere solo con le proprie forze sul mercato globale. D’altronde, questa è una storia che conosciamo bene, se pensiamo ad esempio anche ad Alitalia, una compagnia-zombie che i contribuenti stanno continuando a finanziare a fondo perduto. Viene da chiedersi per quanto tempo ancora gli italiani decideranno di assecondare queste logiche distorte.

Federico Cartelli

Nato a Padova nel 1983, è laureato in Scienze politiche all’Università Federico II di Napoli. E' analista di politica italiana e internazionale. Ha pubblicato per Il Giornale, nella collana “Fuori dal coro”, il libro "La costituzione più brutta del mondo" e, per Edizioni La Vela, "A Trump romance - Cronaca di un'elezione mai annunciata". Ha inoltre pubblicato, su Amazon, "Guida rapida e razionale contro la riforma costituzionale" e "Costituzione, Stato e crisi – Eresie di libertà per un Paese di sudditi", con prefazione di Carlo Lottieri.

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