Focus

Giovani sempre più “Neet”, non studiano e non lavorano. E’ solo colpa dello Stato?

di Sara Boscolo Zemello

La nuova indagine sull’occupazione e sugli sviluppi sociali in Europa (Esde) non dice nulla di buono per il nostro stivale. L’Italia si dichiara uno dei paesi con il più alto tasso di “Neet”, ovvero quei giovani dai 15 ai 24 anni che non studiano e né hanno un’occupazione lavorativa che, di fatto, hanno rinunciato a cercarla. La percentuale ha raggiunto il 19,9%, peggio addirittura di Bulgaria e Romania, mentre le quote sono di molto inferiori per i paesi del Nord Europa.

Qual è la novità? Accanto al problema sociale dei giovani cervelli in fuga ora si aggiunge anche quello del potenziale inespresso dei giovani che decidono di rimanere in Italia. Un risorsa che potrebbe essere potenzialmente fruttuosa e portare a notevoli introiti, ma che non trova il suo indirizzamento. Ormai – questo è uno dei risvolti dell’indagine – non si è spinti a sostenere il peso e i costi di una scelta universitaria che potrebbe non portare ad alcun sbocco lavorativo; quando invece si trova una sistemazione lavorativa, questa non corrisponde alle proprie aspettative o non concerne il proprio campo.

Qualche dato? Oggi il 26,9% dei giovani che hanno trovato un’occupazione dichiara che il lavoro da loro svolto non ha niente a che fare con il proprio percorso universitario (Censis). Questo accade anche perché le aziende cercano sempre di più tecnici, ingegneri e informatici, mentre quelli che si ritrovano sono umanisti, linguisti o letterati. Dunque tra i laureati italiani, che rappresentano un numero inferiore alla media europea, chi si laurea non sembra avere le conoscenze richieste dalle imprese, o quelle che possiede non rispecchiano le competenze richieste.

Se da una parte i giovani non sono portati a continuare la propria formazione, dall’altra non sembra nemmeno che vogliano avventurarsi nel mondo lavorativo e acquisire le competenze richieste. Ci si chiede se la colpa non sia della classe dirigente che non sembra puntare sulla formazione, che dovrebbe costituire un investimento in vista del futuro e non un costo.

Una delle soluzioni potrebbe essere quella di incentivare l’alternanza scuola-lavoro, seguendo il modello della Germania (nonostante la confusione prodotta dalla “Buona scuola” del governo). I giovani Neet infatti sembrano avere competenze basse rispetto agli standard richiesti dal mondo del lavoro, quindi non si viene a favorire un clima favorevole all’occupazione giovanile. Non si sa se attribuire la colpa alla classe dirigente o alla poca determinazione dei giovani, che non si arrischiano a lasciare il proprio curriculum “porta a porta”, vedendosene sbattere anche qualcuna in faccia, o non si accontentano delle proposte e svalutano le prime opportunità che si procurano.

Intanto pare si stia facendo un passo in avanti con lo Stato che ha incentivato l’assunzione dei Neet, dimezzando i contribuiti delle aziende che offrono un lavoro stabile ai giovani. In un clima non di certo favorevole e ottimale per i giovani, complice lo scarso investimento per l’istruzione e il lavoro, c’è da dire che nemmeno questi sembrano voler procurarsi un titolo di studio o le giuste competenze per entrare nel mondo dell’occupazione.

Farefuturo

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