Novità

La destra ha i voti, cerchi il leader

Ripubblichiamo l’articolo di Aldo Cazzullo uscito il 5 dicembre 2016 sul Corriere della Sera che ci sembra molto significativo per le aspettative della Nazione.

La destra italiana c’è, e può tornare al governo del Paese. Ha ancora i voti. Come sempre. Le mancano un progetto e un leader riconosciuto. Non ha molto tempo per trovarli. Ma deve farlo, se non vuole dividersi al suo interno tra alleati minori del Pd e oppositori sterili; oppure lasciare il campo a Grillo.

Se le uniche città in cui il Sì vince sono Bologna e Firenze (con Milano divisa a metà), se le uniche regioni (a parte il Trentino Alto Adige) sono Emilia-Romagna e Toscana, dovrebbe essere evidente che siamo di fronte — anche — a una vittoria del centrodestra. Certo, i poli ormai sono tre, e Grillo (capace di raccogliere anche molti consensi di destra, soprattutto in Sicilia dove si prepara a vincere le prossime elezioni regionali) non è mai stato così forte

 Certo, le vecchie categorie della politica da sole non consentono di leggere un voto di protesta e di rigetto, in particolare tra i giovani. Ma è evidente che Renzi non è riuscito ad attrarre i voti né della destra liberale, né di quella populista. Le due destre mantengono la loro forza; ma non hanno un punto di riferimento e un programma in grado di unirle.

È chiaro che qualsiasi alleanza non può nascere contro Berlusconi, né senza di lui. Ma è altrettanto chiaro che un ritorno di Berlusconi a Palazzo Chigi, sospeso all’alea della Corte di Strasburgo, dei processi, dell’usura del tempo, appare più una suggestione che una prospettiva. Lui stesso, evocando il proporzionale, ha dato l’idea di ambire più a tornare al tavolo che non a guidare il Paese.

Ma è giusto che il centrodestra si rassegni a dividersi? Perché un sistema proporzionale condurrebbe dritto a una spaccatura tra moderati che governano con il Pd o appoggiano un governo costituente, e radicali che gridano contro l’euro e il sistema, portando acqua a Grillo. Mentre con una legge maggioritaria, come quella che porta il nome dell’attuale presidente della Repubblica, la destra ha stravinto le elezioni due volte, nel 1994 e nel 2001 (e le avrebbe vinte pure nel 2006, oltre che nel 2008).

Certo, era una coalizione che teneva insieme postfascisti e secessionisti sotto la leadership di un capo. Da allora è passata un’era geologica, e le situazioni non si presentano mai allo stesso modo. Ma alcuni punti sono evidenti.

Per come è diventata l’Italia, la destra non può essere ridotta ai moderati: qualsiasi coalizione non può prescindere da elementi di radicalità. Una grande maggioranza degli elettori del resto chiede interventi radicali contro l’invadenza della burocrazia e del Fisco; chiede una linea più ferma contro l’immigrazione clandestina; chiede una posizione più risoluta nei rapporti con l’Europa e con la Germania.

Nello stesso tempo, sarebbe sbagliato sottovalutare l’Italia cattolica e liberale, che non sarà più maggioritaria come un tempo, ma esiste, e all’evidenza non si è sentita — se non in piccola parte — rappresentata da un centrista come Renzi. Un Paese profondo, che non vuole sfasciare tutto ma neppure mantenere tutto com’è. In Francia è maturata così la grande vittoria di François Fillon, che ha mobilitato alle primarie oltre quattro milioni di elettori, formidabile argine contro le tentazioni lepeniste.

In Italia la situazione è più complicata. Perché gli amici di Marine Le Pen sono dentro la coalizione, non fuori. E se si facessero le primarie, nessun esponente di Forza Italia che non fosse Berlusconi riuscirebbe a convogliare su di sé tutti i voti del suo partito. Se la soluzione fosse facile, si sarebbe già trovata. E l’oggettiva modestia dei gruppi dirigenti — della destra come degli altri poli — non aiuta. Eppure non si parte da zero. Al di là dell’appeal dei volti televisivi, l’alleanza tra moderati e radicali — o se si preferisce tra popolari e populisti — governa tre Regioni del Nord dove il No ha nettamente prevalso: la Liguria con Toti, che con la Lega ha ottimi rapporti; la Lombardia con Maroni, che è l’uomo più sperimentato ma ha rotto con Salvini; e il Veneto con Zaia, che non perde un’elezione ma resta un outsider.

È evidente che il centrodestra ha bisogno di rinnovarsi e aprirsi a nuove energie, in arrivo dalle professioni, dall’impresa, dall’università. E dal mondo cattolico, che non può essere ridotto né a minoritarie avanguardie gauchiste, né a caricaturali misoneisti. Nell’ultimo anno la destra, nelle sue varie forme, liberali o antisistema, è andata al governo o si prepara a farlo in tutto il mondo: Macri in Argentina, Trump negli Stati Uniti, la May a Londra, Rajoy a Madrid, Fillon (con l’incognita Marine Le Pen) a Parigi.

Non si vede perché debba tagliarsi fuori da sola in un Paese come l’Italia dove è storicamente maggioritaria. Tanto più che le battaglie contro l’oppressione fiscale e burocratica, gli sprechi del denaro pubblico, l’immigrazione senza regole sono tutte da vincere. Sempre che la destra italiana sia in grado di proporre agli elettori una proposta e una persona credibili; cosa improbabile, non impossibile.

Farefuturo

Farefuturo promuove la cultura delle libertà e dei valori dell'Occidente nel quadro di una rinnovata idea d'Europa, forte delle proprie radici e consapevole del proprio ruolo nei nuovi scenari internazionali.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi