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La riscoperta italiana del Corno D’Africa oltre i limiti diplomatici e i pregiudizi storici

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Il binomio Italia-Corno d’Africa è ancora contaminato da pregiudizi e da discutibili scelte di opportunità diplomatica che apparirebbero investire poco in progettualità di medio-lungo periodo in grado di rappresentare una strategia vincente, sotto il profilo economico e geopolitico per entrambi i versanti.

Ed in questa sorta di “pregiudizio” relazionale, che ancora condiziona le dinamiche di interazione tra i due versanti, si riscontro tutto il limite dell’approccio italiano all’affaire Corno d’Africa e alle sue molteplici implicazioni politiche, economiche, commerciali. Un limite che si inserisce, in quello più ampio, della distanza che ha condizionato la politica estera italiana dal continente africano nella sua totalità.

Al momento questo scenario però non è esente da infiltrazioni di natura opposta che lasciano intuire la consistenza, anche potenziale, dell’interesse che i Paesi dell’area potrebbero esercitare sul nostro Paese in una prospettiva di rinnovate e proficue partnership che sappiano andare ben oltre le episodiche e limitate iniziative portate avanti dal Governo negli ultimi anni.

A partire dal 2013 con il lancio dell’iniziativa Italia-Africa, si è voluto avviare una nuova fase nella quale valorizzare al massimo le possibilità di interlocuzione con i Paesi, in particolare dell’area sub-sahariana, con la priorità di creare un canale di confronto tra aziende italiane ed opportunità africane in una congiuntura economica complessa per l’Italia e l’Europa, al fine di accedere al dinamismo dei nuovi mercati.

Ma l’input all’evoluzione delle partnership nell’area è apparso particolarmente evidente proprio nella regione del Corno d’Africa, storicamente legata all’Italia, ed in particolare nella bilaterale con Asmara con il ripristino di un confronto ufficiale nel luglio 2014 in occasione della missione del Viceministro Pistelli, a decorrere dal quale, sebbene si è inteso ufficialmente collocare le relazioni con Asmara in un scenario nuovo, capace di astrarsi dalle contaminazioni post colonialiste ancora forti in Eritrea, nei fatti tale emancipazione non si è ancora attuata per una sorta di freno diplomatico e per l’assenza di una visione geopolitica ed economica valida.

Uno slancio significativo è stato compiuto con la Conferenza Italia-Africa del maggio 2016, che ha visto la partecipazione di 52 Paesi del continente con l’obiettivo di delineare e rafforzare le relazioni con l’Italia intorno a macro tematiche quali lo sviluppo economico, la sostenibilità socio-ambientale, l’emergenza migratoria e la stabilità geopolitica: un momento di confronto che ha ribadito il ruolo cardine di interlocutore interregionale dell’Italia, ponte naturale, storico e geopolitico tra l’Europa e l’Africa.

In una prospettiva proficuamente evolutiva si colloca anche lo stanziamento di 200 milioni di euro nell’ambito del Fondo Africa da parte del MAECI proprio in queste ore, che con l’obiettivo del rafforzamento delle frontiere esterne e per il contrasto ai flussi di migranti irregolari intende, nella mission, avviare un percorso di collaborazione, tra gli altri, anche con i Paesi del Corno d’Africa, come è stato evidenziato dal Ministro Alfano.

Si rinnova la predilezione per iniziative che partono da un approccio securitario, legittimato dall’acuirsi del fenomeno migratorio che condiziona il mediterraneo e l’Italia, dunque iniziative dalla portata, almeno nelle premesse, limitata e vincolata per quanto riguarda la ratio e l’obiettivo che si prefigge.

Nei fatti il recente stanziamento può rappresentare un’opportunità, un punto non trascurabile di rigenerazione del ruolo del nostro paese che potrebbe ambire a quello di leadership europea del sostegno, della ricostruzione e della cooperazione soprattutto in quell’area, data la condizione storica “di favore” che ci caratterizza.

Ma, se l’approccio prediligente la componente sicurezza-gestione dell’emergenza può essere inquadrato come primo passo, questo non può e non deve essere il prioritario argomento relazionale tra Italia e Corno d’Africa, poiché è evidente il rischio di compromissione della fiducia dei potenziali partner in ragione di una latente diffidenza che rischia di nuocere ogni ulteriore iniziativa finalizzata al più ampio progetto di apertura di mercati e internazionalizzazione delle imprese italiane.

In questa prospettiva il caso Eritreo, rappresenta la più eloquente metafora dei limiti dell’approccio italiano all’area soprattutto in ragione del sussistere in Italia di un approccio diplomatico “escludente” che prediligendo una partnership con Addis Abeba tende ad escludere ogni strumento di valorizzazione e promozione del confronto con Asmara con evidenti ripercussioni sul tessuto regionale e sulle potenzialità di entrambi i versanti.

Esistono certamente presupposti “di favore” tra Italia ed Eritrea che potrebbero massimizzare le potenzialità dell’Italia sul territorio, e nelle più vaste dinamiche regionali, ma che in realtà risultano essere ignorati dal nostro Paese, che al momento è il grande assente sul territorio, mentre altri paesi europei muovono valutazioni di tutt’altro tenore.

Un esempio alquanto esaustivo può essere rappresentato dalle celebrazioni ad Asmara del 25 maggio scorso, anniversario dell’indipendenza Eritrea, in occasione del quale ad una rappresentanza istituzionale italiana pressoché assente ha fatto da contraltare una rappresentanza parlamentare articolata e vivace del Bundenstag tedesco e di altri partner europei.

La preminenza tedesca in quella determinata occasione ha rappresentato la metafora degli errori dal nostro paese sul fronte diplomatico che non hanno consentito un’emancipazione delle relazioni tra Roma e Asmara ad un livello successivo, rispetto a quello dei proclami iniziali del 2014, capace di innescare virtuosismi propositivi sia semplicemente sul fronte bilaterale che su quello regionale ed europeo.

L’allontanamento dell’Italia da Asmara sembra ruotare soprattutto intorno alla dimensione diplomatica delle relazioni che appaiono determinanti nel dettare la linea senza lasciare margini di manovra o di rivalutazione delle posizioni, di fatto bloccando ogni possibile passo in avanti nel cammino di costruzione di una bilaterale fattiva tra i due Paesi.

Si riscontra uno schiacciamento delle posizioni italiane, supportate dalle autorità diplomatiche, verso le ragioni etiopiche che tradiscono una certa preferenza del nostro Paese nei confronti di Addis Abeba che – al momento – sembra uno dei limiti forse più evidenti all’apertura di una stagione nuova nelle relazioni con Asmara.

Sussistono due percorsi relazionali entrambi condizionanti che sembrano condurre nella medesima direzione: da un lato l’approccio diplomatico sul fronte della preminenza etiope in ragione di una presunta ampiezza delle possibilità e delle risorse presenti in quel Paese, dall’altro l’approccio tendente ad escludere l’Eritrea dalle potenzialità bilaterali in ragione di una, più teorica che pragmatica, constatazione della violazione dei diritti umani da parte del Governo di Asmara. Entrambe le direttrici sembrano subire in maniera supina il condizionamento diplomatico, in assenza di una visione di più ampio respiro, di una concreta valutazione dei mercati e delle loro potenzialità e soprattutto di un coinvolgimento multilivello di attori istituzionali ed economici in grado di capovolgere l’attuale scenario in una visione più concreta.

Nello specifico, nonostante gli sforzi diplomatici nell’area, continua a sussistere una ridotta capacità da parte delle Direzioni competenti della Farnesina nell’individuare gli asset strategici e di avviare mission fattive con il Paese del Corno d’Africa, anche in ragione del numero limitato di incontri tra i nostri rappresentanti diplomatici e le autorità governative eritree.

Esiste un palese sbilanciamento di attenzione dell’Italia tra i paesi del Corno d’africa, che si traduce, in ragione della ben nota impasse tra Eritrea e Etiopia, in un ridimensionamento del confronto con Asmara: questo rappresenta un limite preoccupante, non solo perché riduce la capacità di insediamento dei nostri segmenti economici nel Paese, ma in una prospettiva più ampia ne compromette la stabilizzazione, riduce le potenzialità relazionali e limita le possibilità di leadership italiana nell’area.

La gestione delle relazioni con Asmara e la decisione di configurarne l’eventuale priorità non può essere demandata alla sola “sensibilità” diplomatica, che al momento rappresenta – come dicevo – il limite più evidente, in assenza di una visione politica più ampia e di una correlata progettazione economica.

Tutto questo appare ancora più critico se si tiene conto dell’immagine distorta che ancora condiziona l’Eritrea in Italia, conclamata dal proliferare di accuse e di moniti che sembrano identificarlo tra i paesi “Worst of the worst” per usare la definizione di Freedom of House. Appare ipotizzabile che le scelte diplomatiche, attualmente vigenti, siano espressione proprio di una sorta di “sintesi” diplomatica, che forte dell’immagine eritrea vigente in Italia e partendo da elementi di criticità socio-politica comunque sussistenti in Eritrea, ne spinge ad operare una etichettature ampia e definitiva in grado di legittimarne l’impossibilità ad accedere ad un livello più elevato della bilaterale.

Una mistificazione che appare – allo stato attuale – anacronistica non solo per le potenzialità italiane ma soprattutto per le possibilità di stabilizzazione regionale.

Il continuare a sussistere di una logica di approccio diplomatico escludente nel Corno d’Africa, secondo cui non possono esistere bilaterali proficue contemporaneamente con Asmara ed Addis Abeba, rappresenta una situazione che non ha eguali tra gli altri partner europei, in primis la Germania, che al di là di condizionamenti pseudo diplomatici, ha inteso mettere in primo piano le opportunità economiche delle proprie imprese mantenendo e rafforzando funzionali partnership con tutti i paesi dell’area.

Il caso tedesco rappresenta una best practice a cui guardare con attenzione e da cui far partire una riflessione nel nostro Paese.

Infatti non si può restare inerti rispetto agli esiti che queste posizioni determinano in termini di opportunità mancate da parte della nostre aziende del Paese e l’esempio della rescissione dei contratti di fornitura da parte di Iveco senza apparenti e validi motivi rappresenta a mio modo di vedere l’esempio più eloquente della scarsità di lungimiranza economica con la quale il nostro Paese sembra voler continuare ad operare.

Sussiste un evidente paradosso: da un lato un Paese condizionato da un’immagine fortemente contaminata da pregiudizi internazionali, recepiti acriticamente dall’Italia, che però detiene un notevole potenziale economico che vorrebbe condividere con l’Italia, paese storicamente amico e vicino, e dall’altra l’Italia che cede porzioni di mercato ad altri Paesi europei ed extraeuropei per ragioni di opportunità pseudo-diplomatica non fondata su presupposti validi, invertendo quanto invece pianificato e ufficializzato nel 2014. Nel mezzo la possibilità da parte del nostro Paese di accedere ad un ruolo di mediatore nelle dinamiche di normalizzazione dell’area in una fase particolarmente delicata delle relazioni multilaterali regionali.

Bisogna calare il filtro di pregiudizio di carattere diplomatico che contamina i rapporti e riduce le possibilità di accesso al mercato interno: adesso la priorità sarebbe da individuare in un ciclo di incontri e di scambi di informazione, a cui far seguire anche una delegazione imprenditoriale che possa rappresentare uno dei primi step attuativi dei buoni propositi del 2014.

Se a questo aspetto si inserisce anche la ricorrente equazione “Corno d’Africa – flussi migratori”, con particolare attenzione verso lo scenario eritreo, appare del tutto plausibile avviare quante più iniziative che, tendenti alla promozione delle opportunità nell’area, risultano essere lo spunto per la crescita e l’emancipazione di quei Paesi, deterrente indispensabile contro l’incremento ulteriore dei flussi.

Più in generale, la strategia attuata dall’Italia risulta essere quindi contenuta, priva di progetti e di risorse stanziate, tendente a configurarsi come accessoria rispetto a quella di altri e ben più dinamici attori.

Sarebbe auspicabile un dialogo più strutturato e dunque più maturo con l’area, in particolare con l’Eritrea, dove si riscontra il ritardo più palese per discutibili ragioni di priorità diplomatica, per attuare finalmente un percorso di cooperazione fattivo in grado di stimolare un’evoluzione socio-economica interna attraverso l’esportazione di know-how e di supporto nelle dinamiche riorganizzative sociali ed economiche in generale, superando i limiti dell’approccio securitario che se non limitato ai primissimi step di intervento nell’area rischia di rivelarsi un paradosso relazionale.

Aldo Di Biagio

Farefuturo

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