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L’allarme immigrazione? Figlio del mancato controllo non della della paura del diverso

Certamente la questione dei flussi migratori è questione politica. Lo sono le strategie di gestione del fenomeno, lo sono le politiche sociali che ad esso si collegano, lo sono i fatti di cronaca che all’immigrazione posso essere ricondotti. Se è indubbio che l’emergenza emigratoria ha trasformato l’Italia tutta, in terra di frontiera, rendendo la questione di rilevanza nazionale e internazionale, quello che perlopiù manca, rispetto al problema epocale che oggi l’Occidente si trova a dover affrontare, è l’analisi e la discussione pubblica della sua dimensione sociale che produce le più serie e complesse conseguenze sulla comunità nazionale.

L’idea di comunità presenta diverse interpretazioni. Per buona parte del pensiero sociologico classico e contemporaneo, la Comunità è un attributo dei soggetti che accomuna, un valore di cui ci si appropria, qualcosa che unisce in una unica identità – etnica, territoriale, spirituale – chi la possiede e che condivide così la stessa appartenenza: una entità che va difesa e separata da chi non ne fa parte. La tensione tra definizione della comunità in positivo – unità culturale, valori e di intenti – e la definizione in negativo come distinzione esplicita dalle alterità, permette di raffigurare la comunità come qualcosa che può essere posizionato su un continuum tra i due opposti: da un lato, la condivisione e il possesso di alcune caratteristiche che uniscono e identificano il singolo con un gruppo e, dall’altro, l’attenzione all’alterità, alle differenze. Questa seconda dimensione può avere effetti opposti: può produrre sia l’accettazione dell’alterità come elemento costituente di comunità chiaramente identificate ma dialoganti; sia il rifiuto di ciò che è diverso e il conseguente conflitto sociale per l’esistenza e permanenza del proprio gruppo.

Quindi la Comunità vive e si sviluppa intorno alla realizzazione del legame sociale che costituisce quel collante indispensabile alla convivenza in ambito di sistemi organizzati. Il legame sociale si fonda sulla condivisione di un quadro di valori e di obiettivi comuni e condivisi, non di rado espressi in modo difensivo nei confronti di altre comunità e di altri sistemi di valori. La comunità è quindi definita da un’identità collettiva e condivisa. L’identità collettiva, così come quella individuale, necessità di coerenza: la non contraddittorietà dei costrutti simbolici che la costituiscono. La coerenza di credenze, norme, sistemi di valori è garanzia di coesione. Nel momento in cui la comunità entra in contatto con costrutti simbolici diversi, la coerenza interna può venir meno causando criticità e falle nella coesione sociale.

A partire dal concetto durkheimiano di solidarietà come elemento unificante delle società moderne si è andata sviluppando un’articolata elaborazione concettuale e analitica della dimensione di coesione propria di ogni comunità: la coesione sociale definisce i livelli meso e micro dell’integrazione sociale, come ad esempio le reti primarie familiari e le forme di associazionismo presenti a livello comunitario. Nelle società pre-moderne e moderne la coesione sociale costituiva solo una dimensione unificante in positivo: essa rappresentava le strategie e le risorse messe in campo dai singoli nella dimensione comunitaria per sviluppare identificazione e perpetrazione della comunità stessa, con i suoi valori e con il suo sistema di senso condiviso.

Oggi, fenomeni come la globalizzazione – e quindi l’aumento dei flussi migratori – da un lato; e l’individualizzazione, dall’altro, propri delle società post-moderne, hanno indebolito il legame sociale: l’eterogeneità dei sistemi di valori “costretti” alla convivenza e il ripiegamento dell’azione individuale sul privato minano la logica e la natura stessa della coesione sociale. Questo passaggio spinge ad una ridefinizione delle dinamiche di coesione: la Comunità agisce in quanto tale sopratutto in difesa di se stessa, per far fronte alla diversità e al dissenso. Il legame sociale è fondato non solo su logiche e processi di integrazione e mutua responsabilità, ma anche su un “comune sentire”, una cornice valoriale ed identitaria di riferimento che inquadra le azioni e ispira il senso di appartenenza comune degli attori sociali.

La realtà contemporanea però mette in crisi il riconoscimento identitario univoco perché pone nell’ambito dello stesso spazio sociale, identità profondamente diverse. In questo senso il livello di coesione sociale viene condizionato e si definisce sulla base delle interazioni e delle dinamiche di identificazione delle relazioni sociali che si esprimono e si dispiegano nelle pratiche di vita quotidiana. Le condizioni di incertezza e di insicurezza, ormai cronicamente diffuse nelle società contemporanee, la preoccupazione per quello che Anthony Giddens definisce “rischio costruito”, indotte dai processi di globalizzazione, dai flussi migratori e dall’incontro con realtà altre, non conosciute e non comprese, spingono gli individui a cercare sicurezza e certezze nelle comunità locali, sempre più ristrette, in una sorta di chiusura comunitaria.

Infatti, nel momento in cui la comunità, che ha già strutturate le proprie ragione dello stare insieme e le proprie regole di convivenza, viene in contatto con altre comunità definite da sistemi di norme sociali e culturali inevitabilmente diversi si instaura un’interazione forzosa e si avvia un difficile percorso di adattamento per riacquistare l’equilibrio sociale perduto. Il nuovo equilibrio, tanto necessario quanto complesso, dipende da come la comunità che accoglie riesce a gestire l’inserimento, la stabilizzazione e l’integrazione delle comunità di stranieri in arrivo. Non di rado questo percorso di riequilibrio si sviluppa attraverso relazioni e interazioni conflittuali: la comunità che riceve serra i ranghi in difesa delle proprie risorse materiali e valoriali.

La coesione è condizionata dal livello di fiducia che permane le relazioni sociali sia in senso verticale, sia in senso orizzontale. Le relazioni di fiducia verticale sono quelle esistente tra i cittadini e le istituzioni pubbliche, mentre quelle orizzontali sono relative ai rapporti tra cittadini. Se si appunta l’attenzione sul deficit, ormai quasi endemico, di fiducia pubblica e privata che caratterizza la società italiana, diviene evidente come l’Italia stia vivendo una situazione – la cui criticità aumenta esponenzialmente – di latente disgregazione sociale.

Nei confronti delle istituzione pubbliche si è andata radicalizzato la percezione di una effettiva incapacità nella gestione virtuosa, non tanto dell’arrivo di immigrati nel nostro Paese, quanto nel predisporre e sostenere modi e dinamiche di convivenza. Le istituzioni nazionali e soprannazionali hanno dimostrato una difficoltà oggettiva e strutturale nel governare i flussi migratori, ma soprattutto nel predisporre e agevolare gli indispensabili processi integrativi, scegliendo spesso di innestare la gestione, seppur temporanea, della presenza degli immigrati su situazioni sociali e comunitarie complesse, disagiate, già sfavorite da politiche sociali limitate e miopi.

Contemporaneamente, la situazione di disagio collettivo è andata riducendo i livelli di fiducia orizzontali, tale riduzione è dovuta all’aumento della percezione di insicurezza e alla progressiva incapacità di gestire le diversità culturali. Sembrerebbe che i cittadini non riescano più a sviluppare una propensione alla solidarietà diffusa che è a fondamento dei processi di integrazione e che a loro volta definiscono i livelli di solidarietà sociale.

Le difficoltà oggettive di convivenza tendono a rafforzare ed estremizzare i processi di appartenenza identitaria a discapito del “diverso”, percepito come intruso e potenzialmente pericoloso. Si sviluppa così una sorta di coesione sociale ad excludendum che rafforza legami particolari a discapito di quelli generali, alimentando in tal modo tante piccole comunità fortemente coese al proprio interno sulla base di una radicata connotazione identitaria, ma proprio per questo chiuse e incapaci di convivere e dialogare tra loro in uno spazio sociale più ampio.

Uno dei più rilevanti motivi di dissoluzione sociale è dato dalla disparità nella distribuzione delle risorse disponibili: non solo materiali, ma anche simboliche e valoriali. Sulla base di questa constatazione, il Consiglio d’Europa ha inserito negli items di valutazione dei livelli di coesione sociale sia i fattori economici favorevoli – come ad esempio distribuzione dei redditi, disoccupazione, povertà e qualità di vita – sia i cosiddetti valori incentivanti – come tolleranza e rispetto per gli altri. La questione delle risorse e della relativa equa distribuzione è oggi sottovalutato rispetto alle problematiche legate all’immigrazione, ma non a caso è diventato uno dei cavalli di battaglie di quelle forze politiche a tendenza populista che puntano a sottolineare il favore con il quale sembrerebbe che vengano trattati gli immigrati a discapito degli Italiani.

In realtà è evidente come il maggior impiego delle risorse destinate alla questione immigrazione da parte delle istituzioni pubbliche, nazionali e locali, dipenda dal fatto che si tratta di far fronte ad una continua emergenza a livelli costantemente critici. Ma la percezione di tale disparità produce un effetto negativo sui livelli di fiducia, sia orizzontale che verticale, rafforzando le dinamiche disgreganti. Applicando la chiave di lettura proposta da Jane Jenson, basata sulle cinque dimensioni della coesione sociale, emerge come in Italia, sotto la spinta dei consistenti flussi migratori, si stia verificando un rafforzamento di quella che potremmo definire “coesione etnica”, che a sua volta però funge da disgregante sociale, perché radicalizza ed estremizza le differenze con gli immigrati, in una enfatizzazione critica e potenzialmente dissolutiva della distinzione noi/voi.

Delle cinque dimensioni individuate dalla Jenson, le prime due sono di tipo socioculturale. Rispetto alla dimensione apparenza/isolamento, si sta verificando nel nostro Paese, da un lato, un rafforzamento del senso di apparenza rispetto all’essere Italiani; dall’altro, una radicalizzazione dell’isolamento degli immigrati sulla base di una spiccata intolleranza per le differenze culturali e valoriali. Rispetto alla dimensione economica, definita dall’inclusione/esclusione dal mercato del lavoro, si possono riscontrare conflitti e scontri sulla illegittimità stessa dell’inserimento degli immigrati nel mercato del lavoro, sopratutto se questo è percepito come una delle principali cause della riduzione delle possibilità lavorative per i cittadini italiani.

Anche riguardo alle due dimensioni della coesione sociale più strettamente politiche – partecipazione/inattività e legittimità/illegittimità – l’Italia mostra oggi una situazione complessa: in relazione alla partecipazione si registra un aumento della partecipazione “negativa”, vale a dire di protesta e antagonista alle istituzioni, per cui gruppi di cittadini trovano motivi di partecipazione nell’attivare movimenti contro lo Stato e contro gli immigrati. A questa particolare forma di partecipazione, che non si mostra quindi come collaborativa e costruttiva, si associa un esponenziale aumento della percezione di illegittimità delle istituzioni per il sostanziale fallimento di quest’ultime nella mediazione dei conflitti sociali.

L’immigrazione esercita una forte tensione sulla coesione sociale interna e questo stato critico non ha evidentemente una soluzione nel breve periodo. Questo implica una centralità strategica – sociale e politica – non solo della gestione dei flussi migratori e dei processi di integrazione, ma anche della progettazione delle politiche pubbliche future. Se è vero che risulta ragionevolmente difficile bloccare in toto i flussi migratori verso il nostro Paese, è altrettanto vero che si potrebbe intervenire con strategie complesse di rafforzamento del sentimento di solidarietà diffusa, cercando di ridurre i livelli di sfiducia sia orizzontale che verticale, ma sopratutto attivando strategie a breve termine di de-conflittualizzazione del contesto sociale generale.

Per ottenere un così complesso risultato è necessario che il quadro di riferimento sia costituito, oltre che da quello fondamentale delle norme condivise, da quello culturale riunendo le alterità sotto un unico grande contesto di senso: quello del riconoscimento reciproco e quindi del dialogo. Il riconoscimento va inteso come processo di attribuzione all’altro di rilevanza e di individualità. Il riconoscimento è il presupposto del dialogo: per poter dialogare con l’altro è necessario innanzitutto considerarlo un individuo, piuttosto che l’espressione corporea di una qualche cultura rigidamente compressa in stereotipi diffusi definiti da confini simbolici e da un irrigidimento delle differenze.

Nelle società complesse contemporanee, qual è la società italiana, particolarmente stressata dalle condizioni di emergenza legate all’immigrazione, nella quali il flusso culturale è divenuto piuttosto repentinamente eterogeneo e diversificato, per realizzare buoni livelli di coesione sociale, economica e istituzionale e riprodurre le caratteristiche virtuose di cooperazione, integrazione e solidarietà che definiscono la natura della comunità, è necessario realizzare una premessa culturale che sposti il quadro di riferimento semantico e cognitivo dall’identificazione valoriale unitaria ed “esclusiva”, all’apertura delle prospettive individuali sulle interpretazioni del mondo proprie degli altri attori dello spazio sociale.

Il ruolo delle istituzioni pubbliche dovrebbe tornare ad essere quello di soggetto che governa i fenomeni sociali, che interagisce nelle dinamiche e nelle relazioni comunitarie, mediando le diversità e riducendo la percezione di disparità. Assumere un ruolo centrale e attivo significherebbe per le Istituzioni pubbliche ottenere più alti livelli di fiducia. Al tempo stesso lavorando alla costruzione di un contesto coeso volto al dialogo e al riconoscimento piuttosto che al conflitto e all’esclusione, porterebbe anche ad un ridefinizione del livello di fiducia orizzontale: la fiducia verso gli altri genericamente intesi, con un aumento della percezione di sicurezza e disponibilità reciproca.

Non è quindi l’immigrazione in sé che minaccia i legami sociali preesistenti, ma la sua mancata gestione a livello nazionale e internazionale e la percezione diffusa che l’Italia sia lasciata sola ad affrontare un fenomeno tanto inevitabile quanto ad altissimo impatto sociale. Per questo una forza politica che si candidati a governare l’Italia deve assumere su di sé la complessa e articolata responsabilità degli effetti che politiche non ponderate sull’immigrazione possono causare in primis al tessuto sociale e sulla tenuta dello spiriti comunitario che fonda e perpetua una comunità nazionale.

Chiara Moroni

Sociologa, insegna Comunicazione pubblica presso l’Università della Tuscia di Viterbo. Si occupa di comunicazione, politica, istituzioni, partiti, social media management. Nel 2017 è uscita la sua ultima monografia "Storie della Politica. Perché lo storytelling politico può funzionare" edito da Franco Angeli.

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