Mondo Politica

Lezioni identitarie dall’America di Trump – the State of the Union address

Donald Trump

Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha tenuto nei giorni scorsi il suo primo State of the Union address di fronte al Congresso e alle istituzioni. Lo commentiamo per voi lettori con in mente l’orizzonte delle destre patriottiche nel mondo, che nella destra di governo americana, sotto la leadership di Trump, ritrovano oggi un formidabile esempio, mancato per i molti anni di opposizione ad Obama.

Aprendo il suo lungo indirizzo, il Presidente ha rivendicato i risultati economici e sociali del primo anno alla Casa Bianca, collegandoli sia alla riforma fiscale che al cambiamento di policy a favore delle produzioni interne. Nel farlo – quello che sarebbe una sorta di leader dei suprematisti bianchi, secondo certa narrazione – ha scelto di dare risalto all’aspetto trasversale del rilancio dell’economia, che ha portato al tasso di disoccupazione più basso da 45 anni non solo i bianchi, ma anche gli afroamericani e gli americani ispanici, le cui condizioni di sottoccupazione sono oggi al minimo storico.

Il dato di due milioni e mezzo di lavoratori in più, di cui duecentomila nell’industria manufatturiera che era in calo da anni, in un contesto di salari crescenti, è davvero un tremendous achievement, e non solo un’esagerazione di Donald Trump, perché rappresenta la proiezione di una fiducia nell’attuale guida politica del paese e non un rimbalzo da tempi di crisi. Gli Stati Uniti non conoscono più la grande crisi da anni. Quanto ai fattori di crescita, tutti gli economisti vicini a Obama (1) (2) predicavano a torto che l’economia spaventata da Trump non avrebbe mai potuto prodorre altri posti di lavoro.

Il messaggio del presidente al mondo produttivo, mentre la borsa tocca i suoi massimi, è invece che “if you believe in America, this is your time”, vale a dire che, se grandi imprese come Apple, ExxonMobil, Chrysler, Toyota, Mazda annunciano piani per investire ed assumere lavoratori in America, mentre i primi 24.000 dollari guadagnati ogni anno da un americano diventano esentasse (parliamo di una cifra che è più dell’attuale reddito medio italiano) allora c’è un nuovo momento americano, e tutto torna possibile, non solo per i grandi ma per ogni persona di buona volontà.

Per questo obbiettivo il Presidente ha portato a termine un taglio delle tasse su tutti i redditi. Anzitutto ai ricchi, perché per un’economia sana occorrono persone che vogliano essere ricche e non che si vergognino del proprio benessere. Inoltre, e nella stessa misura, ha tagliato le tasse alle imprese, perché a chi vuole la ricchezza non convenga più crearla all’estero, ma in patria. A coronamento, Donald Trump ha ridotto le tasse a chi ha di meno, perché quando l’economia offre finalmente di nuovo un buon lavoro ai più poveri, questo non debba più essere tartassato del venti o trenta per cento. Un’altra tassa indiretta sulle persone comuni eliminata da Trump è stata l’obbligo di assicurazione sanitaria previsto da Obama. Questo, garantendo alle compagnie assicuratrici la certezza che, anche salendo i prezzi, comunque tutti dovessero recarsi da loro, aveva generato un cartello, portando in alto i prezzi della sanità proprio per le persone comuni.

Rispetto al tema fiscale i critici hanno rimproverato a Donald Trump l’omissione dal discorso di riferimenti al deficit federale, che viene dato per fuori controllo dai commentatori. Va tenuto però presente il fatto che per il 2018 il deficit dovrebbe assestarsi al 2.2% del PIL degli Stati Uniti, cioè sotto il livello che qui è considerato virtuoso dai trattati UE. Anche questo restituisce la diversa sensibilità al tema degli Stati Uniti, in cui si discute essenzialmente se la riforma fiscale riuscirà a pagare da sé i propri costi con la crescita o no, rispetto a quell’Europa sfiduciata e incapace, che rinuncia a rilanciare le aziende e la produzione.

Cruciali, per la crescita economica americana, saranno ovviamente anche altri aspetti. Donald Trump ha dichiarato apertamente che “the years of economic surrendering are over”, ribadendo il cambio della postura diplomatica degli Stati Uniti negli accordi commerciali internazionali, verso una stretta reciprocità. Rivolgendosi al mercato interno, da un lato il Presidente ha rivendicato il taglio delle regolamentazioni che imbrigliano l’economia, tra cui la fine della “war on american energy” dichiarata da Obama, dall’altro ha definito una disgrazia il fatto che, nel paese che ha costruito l’Empire State Building in un anno occorrano 10 anni per il permesso di costruire una semplice strada, proponendo ai democratici un piano di investimenti infrastrutturali. Il Presidente ha ribadito l’approccio liberale ricordando che “In America, we know that faith and family, not government and bureaucracy, are the center of the American life.” e rimarcando il motto “in God we trust” in chiara antitesi con chi crede nello stato.

Nella seconda parte del discorso, il Presidente degli Stati Uniti ha delineato le priorità politiche per il prossimo anno, in cui saranno temi cruciali la politica dell’immigrazione e quella estera, che nella presidenza di Obama sono state malgestite per molti anni.

Sulle situazioni di povertà e di immigrazione il GOP ha realizzato l’esempio di un cambiamento di paradigma politico di successo. Se in Italia i media, sistematicamente, dipingono la destra come razzista e la sinistra come umanitaria, negli Stati Uniti la destra è riuscita ad affermare, in più della metà della popolazione, l’idea opposta: la sinistra dei diritti è selettiva e apertamente razzista contro chi, pur se povero, ama qualcosa, anzitutto la patria; invece la destra della carità è compassionevole e non fa differenze.

I leftist americani detestano soprattutto chi ha la dignità di rifiutare un sostegno o ribellarsi alla loro pietà, poiché non consente loro di presentarsi come salvatori. Così, mentre i democratici non tollerano la povertà in Africa, ma la ignorano senz’altro in un sobborgo di Detroit o a casa di un veterano, tutto al contrario, Donald Trump ha posto le aree industriali nazionali depresse e i veterani e al centro del suo discorso sugli Stati Uniti come una famiglia, ripristinando un’equilibrio nell’affrontare le diverse difficoltà sociali.

A proposito degli immigrati, Donald Trump ha affermato che la pretesa al rispetto ed alla salvaguardia anzitutto degli americani – l’America First – non si fonda in alcun modo sulla disuguaglianza o superiorità rispetto agli stranieri. Semplicemente, come i figli di immigrati sono dreamers, “americans are dreamers too”, e da prima di loro. Il rispetto delle leggi da parte degli immigrati non nasce da principi razzisti, ma dalla semplice constatazione che non può esserci un doppio standard del diritto alla ricerca della felicità: nessun immigrato può sentirsi autorizzato a ignorare le leggi di una comunità di cui vuole fare parte, ed in primis le comunità di migranti ricevono un beneficio dal rispetto delle leggi del paese in cui si sono spostate.

All’accusa dei democratici di voler deportare i dreamers, i figli di immigrati illegali, Donald  Trump ha risposto proponendo di consentirgli di rimanere se i democratici approveranno il finanziamento dell’ampliamento del muro di confine con il Messico per impedire nuovi ingressi disconnessi da una selezione sulla base del merito. Nel piano del Presidente ai residenti illegali non saranno offerte protezioni parziali. Potranno cercare di ottenere direttamente la cittadinanza se conseguiranno un’istruzione e soddisferanno requisiti morali di rispetto del paese, ma occorreranno dodici anni per essa. In alternativa, saranno espulsi.

Notevole da parte di Donald Trump è stata la scelta dei termini usati. Parlando del problema degli immigrati illegali, senza documenti Trump non ha esitato a chiamare quelli che per noi sono i “ricongiungimenti” col diverso e più efficace nome di chain migrations, migrazioni a catena, grazie alle quali virtualmente chiunque, con l’ariete di un parente vero o presunto, può fare entrare chiunque, e quella che noi qui chiamiamo, più o meno, “procedura di identificazione ed espulsione”, Trump l’ha definita semplicemente catch-and-release, bollandola senza mezzi termini come una prassi assurda e pericolosa per le forze dell’ordine.

Il tema della politica estera ha visto il Presidente richiamare un’antica promessa della leadership statunitense, quella di cercare un domani di abolire dal mondo tutte le armi nucleari, per ribadire che quel giorno, purtroppo, è ancora lontano, e che al contrario è oggi necessario modernizzare l’arsenale strategico per riaffermare la superiorità americana di lungo termine. Nel breve periodo, il Presidente non ha per ora annunciato altre particolare iniziative se non riaffermando la decisione di eliminare l’ISIS e di tenere sotto pressione la Corea del Nord e l’Iran sul tema del nucleare, che sono, al di là delle sfumature, in buona sostanza politiche tradizionali (Resta da capire quanto Donald Trump sarà disposto a spingersi più in là di Barack Obama, nel disarmare la monarchia comunista e la repubblica teocratica). L’assenza di ogni attacco alla Russia conferma i buoni rapporti con Putin e la rottura con l’epoca Obama. Degno di nota è stato anche l’annuncio di una legge per dirigere altrove gli attuali aiuti finanziari ai paesi responsabili del voto ONU contro gli Stati Uniti sullo spostamento a Gerusalemme dell’ambasciata americana in Israele.

Oltre a discutere l’agenda politica, Donald Trump ha mantenuto la tradizione, iniziata da Ronald Reagan, di invitare a seguire il discorso insieme alla First Lady ospiti d’eccezione, che si siano distinti in atti di eroismo o impegno civile o siano stati vittime di atroci crimini, cui rivolgersi durante il discorso per indicare esempi di valore alla nazione. Le scelte di Trump sono cadute sui piccoli imprenditori che hanno assunto nuovi lavoratori grazie alla riforma fiscale, sui parenti delle vittime della gang salvadoregna MS13, sui militari e soccorritori protagonisti di atti di incredibile valore.

Alcune tra queste scelte in particolare hanno rappresentato chiaramente i valori più sottolineati dal Presidente nel discorso: Dio, famiglia e libertà.

Accanto alla First Lady Melania Trump, il posto d’onore è stato per la famiglia del giovane agente della polizia del New Mexico Ryan Holets, protagonista di una storia che sembra una parabola biblica. Una notte, durante il servizio, il poliziotto incontrò una donna incinta ed eroinomane e – cercando di dissuaderla dall’iniettarsi la micidiale sostanza che avrebbe colpito anche la bambina – ne ricevette il grido d’aiuto per la piccola ancora non nata e già senza una casa. Ascoltando un comando divino l’agente, tornato alla propria casa, chiese a sua moglie Rebecca ed insieme decisero di adottare la bambina come propria, chiamandola Hope. Una speranza che questa notte dormiva tranquilla, in grembo alla nuova madre, nella tribuna del Congresso degli Stati Uniti.

Poco dopo, la più lunga ovazione del congresso è stata tributata a Ji Seong-ho, un dissidente del regime comunista nord-coreano che, ferito in un incidente e tragicamente amputato, dopo essere stato torturato per i suoi rapporti con i cristiani, ha percorso a piedi migliaia di chilometri attraverso la Cina fino a raggiungere l’Indocina e poi, via mare, la Corea del sud, su due stampelle. Quelle stesse stampelle che, quando il Presidente lo ha invitato ad alzarsi di fronte alla folla del Campidoglio, Ji Seong-Ho, dritto in piedi su nuove gambe, ha sollevato a lungo orgoglioso e commosso.

Mentre il nostro dibattito continentale presenta gli Stati Uniti come una sorta di villaggio periferico ribelle, preda di un regresso barbarico e stragista, privo di forza nel mondo di fronte alla deriva cinese ed islamica dell’oriente, i messaggi forti di queste storie e la determinazione con cui Donald Trump ha ribadito il proprio programma politico nell’indirizzo sullo Stato dell’Unione segnalano una realtà totalmente diversa. Segnalano l’esistenza di una leadership fortissima.

Rispetto a questa, il nostro pessimo giornalismo – stile Botteri – riferisce continuamente di un’America ingannata, preoccupata, divisa e scossa, mentre in realtà siamo alleati di un paese consapevole, unito e convinto della nuova strada intrapresa, e nel quale un sondaggio a campione, commissionato dalla CBS al termine del discorso, ha rilevato un tasso di approvazione del discorso del Presidente pari al 75%, eccezionale e decisamente trasversale alle forze politiche.

 

 

Il video del discorso.

Giovanni Basini

Ha 29 anni. Si è formato in giurisprudenza e tecniche legislative, presso la Sapienza di Roma e l'ISLE. Attualmente collabora con uno Studio Legale ed è Dottorando di Ricerca presso l’Università di Teramo. In passato ha diretto organizzazioni politiche giovanili e collaborato con istituzioni pubbliche. E' Direttore Comunicazione e Giovani della Fondazione Farefuturo.

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