Territorio

L’Italia e il suo capitale culturale: un museo a cielo aperto da “progettare”

di Tiziana Montinari

Noi italiani abbiamo un quid pluris, un tratto distintivo, qualcosa che si sostanzia nel genio artistico e nella creatività che rende il made in Italy qualcosa di unico al mondo tant’è che l’Italia è il paese con il maggior numero di siti Unesco al mondo. Al contempo testimoni e custodi di un tempo sospeso tra passato e futuro, noi che viviamo in un museo a cielo aperto abbiamo l’obbligo morale di consegnare al futuro la memoria del passato. Quando sento di giovani che scelgono di andare all’estero alla ricerca di fortuna provo sempre una certa amarezza perché chi parte e sceglie di trovare fortuna altrove è un po’ come se sottraesse fortuna al suo territorio. Del resto, a tal proposito, qualcuno parla di “eutanasia di un intero popolo” che sceglie di abbandonare il futuro scegliendo di uscire dalla storia.

Trovo più coraggio in chi rimane, in chi sceglie di investire e reinvestire, pur nelle tante difficoltà, qui nella nostra amata terra e nella storia di questa terra per continuare a scriverla: la realtà italiana che ci circonda, con tutto il suo bagaglio di tesori e beni culturali, sia materiali sia immateriali, dev’essere il nostro punto di partenza. In tale contesto il termine culturale acquista pertanto la connotazione di mero accessorio qualificante del vero concetto che è quello di bene, al quale riconosciamo un valore intrinseco di unicità-irripetibilità-inestimabilità, in quanto segno tangibile e distintivo della storia di un luogo, in quanto dotato di una valenza comunicativa di ciò che racconta, rappresenta, testimonia.

Così appare di primaria importanza tutelare e recuperare beni già esistenti, attraverso l’utilizzo di materiali naturali che rispettino l’ambiente, la salute dell’ambiente e la salute delle persone che vivono in quell’ambiente, all’interno degli edifici dove (non dimentichiamolo) passiamo il 90% del nostro tempo. Viviamo in una terra già sviluppata per i suoi 3/4 e spesso con uno spreco sconsiderato. Queste riflessioni devono diventare una filosofia imprenditoriale e di governance che, in una sorta di nuovo umanesimo, metta l’uomo al centro del progetto architettonico, nella convinzione che l’uso di materiali a ridotto impatto ambientale migliori la vita e l’ambiente.

L’imprenditore che restaura intravede in edifici in disuso o da riqualificare una valida alternativa “green” a nuove costruzioni. Sostenibilità e bioedilizia sono gli elementi che permeano l’architettura del XXI secolo e se applicati al restauro potrebbero sembrare una contraddizione in termini, perché sappiamo bene che chi restaura utilizza materie prime antiche come legno, pietra, ferro battuto et similia. La scommessa per il futuro è l’uso di materiali ibridi che intendano sfidare le tecniche abituali di recupero e che spesso si pongono come raccordo. La sintesi ideale del restauro è storia, cultura ed ambiente dove l’attenzione all’architettura originaria si collega con le scelte coerenti dei materiali della tradizione che si coniugano con materiali innovativi ed ecosostenibili.

Il ruolo della politica centrale è quello di rendere possibile tutto questo gettando le basi di scelte strategiche lungimiranti, proposte in termini innanzitutto di tutela, intesa come conservazione del bene, e poi soprattutto in termini di accessibilità, intesa come obiettivo a lungo termine che porterà i beni culturali ad emanciparsi dalla percezione di essere qualcosa di elitario, accessibile soltanto alle fasce medio alte della società, fino a diventare quello che sono intrinsecamente: un valore per tutti e pertanto da tutti doverosamente fruibile. Quest’ultimo assunto parte dalla considerazione dei beni culturali come parti fondanti di quel “capitale culturale” italiano che dev’essere sempre più in grado di creare ricchezza per la società, sia in termini economici sia intellettivi.

Lo stesso assunto inchioda il nostro Governo a responsabilità innegabili, che in realtà preesistono alla tutela e terminano molto dopo, investendolo della funzione di promotore diretto della cultura di una nazione attraverso una policy specifica, atta alla conservazione ed alla trasmissione dei beni culturali. Soltanto una prospettiva critica e costruttiva può portare a proposte concrete di politica di governance dei beni culturali in grado di mettere in moto strategie efficienti che, partendo dall’intricato contesto normativo italiano che regolamenta il settore, siano in grado di fungere da raccordo con il nostro straordinario patrimonio di beni culturali. In una visione globalista essi sono portatori di una valenza storica a livello universale: non soltanto i cittadini italiani sono coinvolti nell’interesse della loro tutela ma anche i cittadini di tutto il mondo.

La sfida per poter portare il nostro territorio da museo a cielo aperto e scrigno dell’ingegno in ogni ambito, fino a renderlo capolavoro da consegnare con il dovuto riguardo alle generazioni future, deve necessariamente creare un anello di congiunzione tra gusto italiano per l’estetica e ricercatezza tecnologica. La capacità di far dialogare la tradizione con l’innovazione scientifica è un target di primaria importanza per l’approccio moderno e modernista alla tutela dei beni culturali, target da conseguire senza snaturare quello straordinario ipertesto culturale rappresentato dal macrocosmo antico, il nostro genius loci nella sua accezione architettonica. Dal momento che nella “società liquida e connessa” il futuro è già adesso mentre stiamo qui a discettarne, non è sufficiente tracciare la rotta del futuro: bisogna progettare per l’avvenire precorrendo i tempi, dobbiamo essere custodi attenti oggi di quei beni culturali che lasceremo ai visitatori dei luoghi dell’arte ed agli interpreti della cultura di domani.

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