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Perché ha vinto il No

vittoria del no

Alla fine di questa lunga maratona fatta di propaganda spinta, demonizzazione, catastrofismo, molta politica e poca Costituzione, ha prevalso il fronte del No. Poche tra le forze politiche in campo, per il sì come per il no, hanno condotto una campagna referendaria adeguata al tema, alla sfida e soprattutto all’alto livello di tecnicismo che l’argomento richiedeva. La semplificazione, e non di rado la superficialità del dibattito a cui siamo ormai assuefatti, ha impedito una discussione nel merito degna di questo nome, che certamente avrebbe sprigionato meno appeal e meno agganci empatici, ma sarebbe stata più onesta, più accettabile, meno invasiva.

Renzi ha mostrato, purtroppo, tutta la superficialità e il pressappochismo di chi è abituato a vincere facile, non tanto durante la campagna elettorale, quanto nel pensare, scrivere e offrire al paese questa riforma Costituzionale. In questo caso tutta la dimensione estetica e modaiola del sua narrazione politica – slide, slogan, tweet e arroganza generazionale – sono stati non solo inutili, ma hanno segnato la sconfitta di un modo di fare politica che non ha neanche avuto il tempo di affermarsi e affinarsi.

Il primo errore di Matteo Renzi è stato, quindi, aver proposto un brutta riforma, frettolosa, non ponderata, scritta male e che non avrebbe potuto risolvere i problemi di arretratezza istituzionale e di semplificazione di cui invece l’Italia ha un bisogno vitale. Renzi aveva  il tempo e il modo di costruire una buona riforma, rivoluzionaria, davvero di cambiamento prima valoriale e poi tecnico, priva di quei compromessi al ribasso a cui invece è stato piegato persino il buon senso. Di fronte ad una buona riforma, rispettosa sia del rango costituzionale sia dei cittadini, sarebbe stato più facile e più efficace difenderne le ragioni e la ratio, meno agevole demolirla, più coerente riversare su di essa il destino del Governo, più difficile personalizzare in negativo il dibattito. Renzi avrebbe dovuto ponderare una buona riforma che davvero optasse per eliminare gli innumerevoli enti inutili che gonfiano la spesa pubblica, che pensasse ad un Senato elettivo, anche di natura regionalista, con la riduzione dei senatori ma accompagnato dalla riduzione dell’apparato amministrativo che agisce intorno e per conto del Senato – che copre 4/5 della spesa del Senato, che avesse sì proposto un rafforzamento dei poteri del Governo per aumentare la governabilità, ma non a fronte della riduzione al silenzio di uno delle sue istituzioni di controllo, che non avesse triplicato il numero delle firme necessarie per i disegni di legge di iniziativa popolare, e così via. Insomma, Renzi poteva, ne aveva tutto l’agio in termini di tempo e risorse, proporre una buona riforma Costituzionale, difficile da rigettare per i contenuti e non strumentalizzabile politicamente.

Il secondo errore di Renzi è stato legare il destino del suo Governo a questa riforma. Una riforma tecnica e non politica – questa una delle differenze sostanziali per esempio tra il caso Renzi e il caso Cameron  – dovrebbe mantenere la sua “neutralità” politica, insistere sugli aspetti tecnici di semplificazione e governabilità – laddove ci siano effettivamente – e non sui risvolti politici di quello che si è trasformato in un plebiscito personale, che Renzi voleva sfruttare per avere una legittimazione popolare postuma al suo governo di palazzo. Personalizzazione e strumentalizzazione che oggi lo costringono alla dimissioni, ma che – sarebbe un errore sottovalutarlo – gli permetteranno di affrontare le prossime elezioni politiche forte di un 41% di consenso personale. Una percentuale che lo rende perdente secondo le regole elettorali del referendum, ma che in una elezione politica diventa vittoria assoluta con non trova pari nell’eterogeneo e sminuzzato fronte del No.

Il terzo errore di Renzi è più di contesto e più di strategia e la campagna referendaria ne rappresenta solo l’apice: Renzi ha perso di vista la trama della sua narrazione politica, che era inizialmente convincente, accattivante, credibile. Ha perso l’elemento centrale e vitale di ogni narrazione politica: la coerenza nel tempo e nel contesto. L’uomo giovane e rivoluzionario, che voleva cambiare le regole del gioco, archiviare l’arretratezza del sistema e la pesantezza di uno Stato ripiegato su se stesso, inefficiente e costoso, ha lasciato il posto al tatticista arrivista, al perfetto manovratore di strategia di palazzo vecchia maniera, aumentando esponenzialmente il gap tra la realtà vissuta dai cittadini e la realtà raccontata dalla sua propaganda. Ha lasciato che il suo piglio innovativo e fuori dagli schemi venisse sostituito con l’arroganza del potere e la superficialità di chi fa per comunicare e non per costruire.

Renzi non ha saputo ponderare e calibrare le sue energie, le sue possibilità politiche, le sue opportunità istituzionali. A lui però va il merito di essere stato al centro di una vicenda referendaria che ha rimesso in moto la democrazia italiana, riportando nelle urne una altissima percentuale di cittadini che le dissertavano da decenni con preoccupante quanto esponenziale aumento costante. La democrazia per funzionare ha bisogno dei cittadini, delle loro opinioni e delle loro preferenze. La speranza è che tutte queste persone che hanno ritrovato le motivazioni per partecipare, non arretrino di nuovo e non lascino più ai soli palazzi il governo della cosa pubblica, che impediscano l’arroccamento della politica in un posizione totalmente e fallacemente distante dalla realtà sociale e dai bisogni più diffusi.

Chiara Moroni

Chiara Moroni

Sociologa, insegna Comunicazione pubblica presso l’Università della Tuscia di Viterbo. Si occupa di comunicazione, politica, istituzioni, partiti, social media management. Nel 2017 è uscita la sua ultima monografia "Storie della Politica. Perché lo storytelling politico può funzionare" edito da Franco Angeli.

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