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100 anni dalla rivoluzione russa per un Fabergé

Esattamente cento anni fa l’impero russo venne spazzato via a seguito dell’aspra insurrezione che vide salire al potere i socialisti rivoluzionari e bolscevichi. Una insurrezione che trovò proseliti tra una popolazione anagraficamente costituita per quattro quinti dal ceto contadino che versava in gravi condizioni di indigenza, in un impero scarsamente industrializzato, guidato da uno zar che non aveva capito che, tra un gran ballo e un uovo di Fabergé, doveva dedicarsi a garantire vita migliore al proprio popolo che nel frattempo organizzava il proprio malcontento.

Quello russo era un popolo chiuso per la gran parte nel mondo rurale, nelle aree suburbane attorno alle fabbriche, nei sogni ad occhi molto chiusi di quegli intellettuali che una volta assimilati i precetti di Marx e Lenin ritenevano conclusa la propria esperienza culturale. E quale rivoluzione aspettarsi da un conglomerato umano così? Quale miglioramento? Quale sviluppo? Quale crescita? Nulla… nulla. Esattamente nulla di buono possiamo dire oggi. Il trionfo della Rivoluzione russa, la instaurazione del regime totalitario comunista dell’URSS e la diffusione del suo modello dittatoriale nei Paesi confinanti si sono risolte in un grande bluff ai danni del popolo che i leader rivoluzionari, colpevolmente incoscienti, credevano velleitariamente di poter migliorare a colpi di demagogia e che dunque hanno lasciato nell’ignoranza, nel degrado sociale e nella povertà. Però con una tinta diversa: profondo rosso. E guai a chi voleva cambiare tinta, guai… alla quotidiana repressione psicologica si aggiungeva anche una sana (a detta dei realizzatori rossi) repressione fisica. La Rivoluzione russa – che poteva essere una occasione positiva – si è miseramente dissolta in una pozza di fango perché alla base non c’era un vero progetto di rinascita democratica, di ristrutturazione, di sviluppo e di crescita. Alla base della Rivoluzione russa c’era un sentimento dell’ignoranza: il riscatto. Un sentimento di becero riscatto che ha trovato la propria sgangherata riscossa nell’individuazione di un nemico riconosciuto nel bene materiale dell’altro che per principio doveva essere distribuito in forma equa per risolvere i problemi di tutto un popolo. Era “l’uovo Fabergé” dello zar il motore della rabbiosa rivoluzione russa. Nella testa dei rivoluzionari rossi non c’era l’idea di instaurare una società evolutiva dove poter realizzare, ognuno a seconda delle proprie inclinazioni e abilità, un uovo a misura della propria immagine e somiglianza. Nella testa dei rivoluzionari rossi albergava una idea decisamente più pigra e involutiva: “prendiamoci quel Fabergé e campiamoci finché ce n’è”. Ma dall’illusione del Fabergé altrui da cui mangiare tutti, alla disillusione dell’impossibilità materiale di applicazione di tale sognata realtà, il passo è stato breve… ed inesorabilmente scivolato in una sabbia mobile, dato che il regime totalitario instaurato e diffuso è stato subìto da almeno tre “generazioni post rivoluzionarie”. E l’autore di questo articolo è figlio di una donna nata, e vissuta negli anni giovanili, sotto un regime rosso.

Antonio Coppola

Classe 1987, formazione umanistica. Tra lavoro aziendale e passione per le Arti, è membro direttivo della Fondazione Farefuturo.

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