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Voto britannico, lezione “europea”: l’odio per l’austerity è bipartisan

di Aldo Di Lello

Quale costo dovranno pagare ora i cittadini britannici per l’uscita dall’Unione europea? E’ questa la domanda che circola al di là e al di qua della Manica dopo il risultato choc delle elezioni dell’8 giugno. I conservatori di Theresa May non hanno più la maggioranza a Westminster. Il rischio è quello di un Parlamento  spaccato a metà e di un governo debole proprio nel periodo cruciale delle trattative per la Brexit. Un addio traumatico all’Ue potrebbe costare caro all’economia e alla società del Regno Unito.

Potrebbero venire in soccorso della May gli unionisti nordirlandesi del Dup, che hanno ottenuto un numero di seggi sufficiente a coprire i vuoti dei Tories e a permettere loro di formare una maggioranza. Ma sarebbe comunque una maggioranza debolissima, pagata a un prezzo politico piuttosto salato. Per  bene che le potrà andare, la May otterrà comunque un risultato di gran lunga inferiore a quello che immaginava quando, nell’aprile scorso,  decise di condurre il Paese alle elezioni anticipate: prima i conservatori avevano, da soli, una maggioranza in Parlamento, seppur esigua, oggi non ce l’hanno più.

La scommessa della May era quella di incrementare in modo cospicuo la rappresentanza parlamentare dei Tories, in modo da condurre da posizioni di forza le trattative sulla Brexit, un recupero di forza, non solo nei confronti della controparte Ue, ma  anche all’interno del suo partito. La scommessa s’è rivelata un azzardo. E la sconfitta politica della premier risulta ancora più bruciante  se consideriamo il fatto che, all’inizio della campagna elettorale, i sondaggi assegnavano ai conservatori un vantaggio di almeno venti punti sui laburisti. Theresa May è quindi riuscita, in poco meno di un mese, a dilapidare un notevole patrimonio di consensi.

Hanno pesato certamente, nel risultato, lo scarso appeal comunicativo della premier, la sua freddezza, la scelta sbagliata di non partecipare ai confronti in tv con gli avversari. Come pure ha pesato, viceversa, l’incredibile e insospettabile abilità mostrata dal leader laburista Jeremy Corbyn, che tutti davano per spacciato e che invece s’è dimostrato un competitore temibile. E’ un po’, per usare una metafora calcistica, quello che ci si chiede sempre  quando la squadra superfavorita rimedia un brutta figura in campo: è colpa del fatto che quella squadra ha giocato male o del fatto che la quadra avversaria ha, a sua volta, giocato meglio di come ci si aspettava?

Certo, queste elezioni sono avvenute mentre la Gran Bretagna era sotto l’incubo del jihadismo: tre, sanguinosi attentati nell’arco di un mese possono avere alterato l’umore degli elettori. Ma proprio qui s’è verificato un fatto imprevisto perché, a differenza di quanto di solito accade in questi casi,  l’allarme sicurezza non sembra aver favorito il partito al governo.

E allora forse è il caso di analizzare questo risultato al di là dei fattori contingenti. Occorre cioè chiedersi se l’esito delle urne britanniche  non sia un segnale  di mutamento dello spirito del tempo e del clima storico. Probabilmente è così. E probabilmente questo mutamento ha a che fare con il progressivo esaurimento del consenso intorno alle formule liberiste. Ciò per effetto della tenaglia tra politiche di austerità, da un parte, e di riduzione delle opportunità di vita e di lavoro, dall’altra, che sta schiacciando il ceto medio e la classe lavoratrice, non solo in Gran Bretagna, ma nel resto d’Europa.

Fa riflettere il fatto che Corbyn ha rimontato in poche settimane l’enorme svantaggio rispetto a Theresa May sulla base di un programma di nazionalizzazioni  dei principali servizi pubblici (ferrovie e poste) e di aumento della spesa sociale in tema di sanità e di istruzione (abolizione delle retta universitaria, arrivata con il governo Cameron a novemila sterline). E’ qualcosa di inaudito perché, proprio dalla Gran Bretagna, nel 1979, partì, con la vittoria di Margaret Thatcher, l’onda liberista delle privatizzazioni e della, una  volta si chiamava così, “deregulation”. Nel corso degli ultimi quattro decenni  (quarant’anni, non è poco davvero)  le “terapia”,  thatchierana prima e reaganiana subito dopo, ha perso progressivamente la sua capacità di produrre ricchezza sociale e diffusa, come fu nella prima fase. Oggi il liberismo appare un compatto paradigma ideologico di cui sono custodi, non più le forze politiche e culturali, ma le istituzioni  internazionali, i mercati finanziari, i grandi investitori che sono diventati i signori dei debiti sovrani degli Stati.

E’ una situazione che determina, al di fuori della Gran Bretagna, il consenso per i partiti “populisti” e che rivela inediti paradossi: ci sono molte meno differenze di quelle che immaginiamo tra la base sociale-elettorale del “rosso” Jeremy Corbyn, nel Regno Unito, e quella della “fascista” Marine Le Pen, in Francia. Fatti bizzarri della storia o quelle che Hegel chiamava le “astuzie della Ragione”?

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