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In “America” l’arte la racconta un italiano

“Sono felice perché non è su un piedistallo, né in una galleria. Si trova in una piccola stanza, ad aspettarvi ogni volta che ne avete bisogno”, sussurra Maurizio Cattelan alla stampa statunitense. Si riferisce ad America, l’ultimo suo capolavoro, installato a fine estate al Guggenheim Museum di New York: un wc placcato oro diciotto carati.
A soli cinquantuno anni aveva dichiarato di dimettersi da artista per andare in pensione, a margine di una singolare retrospettiva. Era il 2011 e sempre all’interno del Guggenheim di New York aveva esposto tutti i suoi capolavori appesi dall’alto. Non posizionati a terra: appesi come i guantoni di un pugile che si ritira dopo l’ultimo match. Nel corso del precedente anno aveva lasciato la propria firma indelebile nella capitale italiana dell’arte contemporanea, piazzando dinnanzi alla Borsa di Milano L.O.V.E., la scultura in marmo di Carrara, bersaglio di assortite critiche polemiche, poi donata ufficialmente al Comune come monumento stabile.
America, come del resto tutte le opere del Maestro padovano, è un’avventura e ad osservarla si rimane disorientati e storditi, senza poter fare a meno di porsi delle domande. L’arte ha anche il compito di farci riflettere sull’esistenza umana, di focalizzare la nostra attenzione sulle crisi che ne definiscono l’incertezza; e l’allegoria di America sembra ruotare attorno ai concetti di forma e sostanza, ricordandoci, forse, che alla fine i bisogni della nostra quotidianità sono sempre gli stessi e non esiste forma che li possa cambiare. Nello specifico, che l’avremmo acquistato d’oro o della più scadente ceramica, resta il fatto che all’inizio, durante o alla fine della nostra giornata, ci ritroveremo dinnanzi ad un wc. L’artista amplifica l’effetto comunicativo della sua opera rendendola fruibile ai visitatori, che la potranno utilizzare realmente per i propri bisogni, all’interno del prestigioso museo. Lo spettatore ha dunque la possibilità di un confronto a tu per tu con America, per osservarla in un’altra luce… da un’altra prospettiva. Anche questa ultima opera vede parti in disaccordo, ma l’obiettivo di Cattelan sembra voler andare sempre in questa direzione, certo che un dibattito è sempre un momento positivo e istruttivo.
Di certo resta il fatto che negli ultimi anni, Maurizio Cattelan, ha riportato l’Italia nella serie A dell’arte internazionale, partendo da un’esigenza individuale: essere libero. Essere libero anche, e soprattutto, quando ciò significa andare incontro alla miriade di intrinseche difficoltà. Cattelan ha dovuto lottare contro i pregiudizi degli addetti ai lavori allattati da mamma Roma, i quali non vedevano posto per un autodidatta squattrinato mai entrato nell’aula di un’Accademia di Belle Arti; Cattelan a vent’anni, per sopravvivenza, ha lavorato in un obitorio e poi come netturbino; Cattelan è sempre stato lontano dai salotti rosso antico che decretano i protagonisti dell’arte di casa nostra: quelli che quando si allontanano da mamma Roma inciampano. Ma Cattelan ha saputo aggirare magistralmente gli ostacoli comportati dallo stare fuori dal coro, traendo paradossalmente vantaggio da ciò: dopo piccole mostre, nel 1991 decide di allestire uno stand abusivo alla Fiera d’Arte di Bologna, dove, senza essere scoperto e cacciato dagli addetti ai lavori, mette in atto una performance che gli accende addosso i primi riflettori; poi crea un premio per finanziare un artista promettente e raccoglie diecimila dollari di sponsor, ma dato che il premio in questione è rivolto ad un artista promettente che per un anno avrebbe dovuto impegnarsi a non produrre opere e a non partecipare a mostre, nessuno accetta il premio. Con i diecimila dollari, che a quel punto tiene per sé, Cattelan autofinanzia le sue successive mosse e parte subito a New York: il resto è storia dell’arte contemporanea. Dalla seconda metà degli anni novanta le istituzioni artistiche internazionali lo invitano ad esporre le proprie opere e soprattutto il mercato dei collezionisti lo premia, tanto che lo scorso maggio, una sua “vecchia” scultura, Him, è stata battuta all’asta dalla newyorchese Christie’s per 17 milioni di dollari. E, a quanto dichiarato, la storia di quest’uomo che non si definisce un’artista italiano, ma un artista e un italiano, non è ancora finita.

Antonio Coppola

Antonio Coppola

Classe 1987, formazione umanistica. Tra lavoro aziendale e passione per le Arti, è membro direttivo della Fondazione Farefuturo.

Destina il 5×1000 alla Fondazione Farefuturo

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