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Andare oltre il referendum, con riformismo e razionalità

Il referendum è alle spalle da più di una settimana, ma l’atteggiamento inconsulto è il medesimo della campagna elettorale. Si sta ampiamente superando il ridicolo, da una parte e dell’altra. Non ha senso continuare ad esasperare i toni: l’Italia è una democrazia parlamentare, e lo sarebbe rimasta anche dopo un’eventuale approvazione della riforma, poiché nulla sarebbe cambiato in merito ai poteri del presidente del Consiglio e alla sua nomina, e nessun meccanismo di razionalizzazione della forma di governo era stata inserita. Il DDL Boschi tentava, maldestramente, di agire proprio sulla forma di governo in maniera indiretta, poggiandola sulla volatilità di una legge elettorale che, è bene ricordarlo, è ancora sub-judice della Corte Costituzionale. Ciò che si dovrebbe fare, ora, è uscire dalla palude della contrapposizione inutile e fine a se stessa per provare a riparlare di riforme e programmi: perché l’area che si considera alternativa al Partito Democratico e alla sinistra non può illudersi di aver già vinto le prossime elezioni politiche, né tantomeno di limitarsi ad un chiassoso ma vuoto controcanto. Al contrario, nella diaspora dell’attuale centrodestra, è necessario più che mai creare spazi di confronto e di competizione affinché si possa, anche partendo da posizioni diverse, costruire una sintesi riformista, razionale e liberale che possa ambire a governare in maniera credibile. Ecco, dunque, tre modeste proposte sulle quali iniziare a discutere e a confrontarsi.

1. Semipresidenzialismo ispirato al modello francese. Quest’opzione sembra l’unica in grado di sanare la duplice debolezza, istituzionale e partitica, che affligge il Paese. L’elezione diretta del presidente della Repubblica con ballottaggio assicura un potere esecutivo più forte, garantendo al contempo la legittimazione popolare e una maggiore responsabilità politica. Il semipresidenzialismo favorirebbe la ricostruzione del circuito fiduciario tra le istituzioni e il corpo elettorale, metterebbe fine alla girandola delle crisi al buio e impedirebbe i giochi di palazzo. Ovviamente, se il sistema semipresidenziale venisse applicato nel nostro Paese, non potrebbe essere la fotocopia di quello francese, ma dovrebbe essere adattato con l’introduzione d’opportuni pesi e contrappesi. L’opzione semipresidenziale gode di grande popolarità in larghi settori della politica, dell’accademia e dell’opinione pubblica: non stiamo parlando d’astratti voli pindarici, ma di un punto programmatico concreto che già raccoglie numerosi consensi, anche trasversali.
2. Sistema elettorale maggioritario uninominale a doppio turno. Sempre sulla scorta di quanto avviene in Francia, le elezioni legislative per la Camera dei deputati dovrebbero essere regolate da sistema maggioritario uninominale a doppio turno. La combinazione tra questo sistema elettorale e la forma di governo semipresidenziale ha consentito alla Francia d’uscire dal caos della Quarta Repubblica. Tale sistema è stato affinato con la riforma del 2002, che prevede lo svolgimento delle elezioni presidenziali poco prima di quelle legislative, così da garantire l’effetto-traino delle prime sulle seconde ed evitare una maggioranza parlamentare d’orientamento politico opposto a quello del presidente (la cosiddetta cohabitation). Il sistema maggioritario ha favorito in Francia la nascita spontanea di un bipolarismo che, seppur non basato su due partiti, ha creato due coalizioni opposte che si alternano alla guida del Paese. Il sistema sembra garantire la stabilità e la governabilità anche in un’ottica di tripolarismo. Si può, comunque, discutere, sull’applicazione di un maggioritario uninominale a turno unico.
3. Bicameralismo differenziato e riforma degli enti locali. Il monocameralismo è l’opzione più adatta per Paesi piccoli e omogenei. Un Paese come l’Italia, che presenta una spiccata differenziazione territoriale e socioeconomica, non può che affidarsi a un sistema bicamerale nel quale la seconda Camera sia espressione de gli enti territoriali. È pressoché scontato che solo alla Camera dei deputati debba esser affidato il rapporto di fiducia col governo, mentre sulla composizione e sulle funzioni del Senato è necessaria una riflessione più approfondita che sappia cogliere la specialità italiana (e che non si affidi, come la riforma appena bocciata, al fallimentare modello austriaco). È imperativa una ridefinizione dei rapporti tra lo Stato e gli enti locali che affronti definitivamente la questione dell’autonomia, partendo da domande scomode ma fondamentali. Ad esempio: le regioni hanno ancora un senso o si dovrebbe prendere in considerazione la loro abolizione in favore di un altro ente intermedio che sia più aderente alle realtà territoriali dell’Italia? Oppure va valorizzato il ruolo dei Comuni, vera spina dorsale del sistema territoriale italiano? Le risposte a queste domande non possono esser date con leggerezza, e vanno valutate nell’ottica di una razionalizzazione delle spese e di una miglior efficienza in termini di competitività fra i territori. Di certo, la risposta non è una tanto banale quanto dannosa ri-centralizzazione.

Federico Cartelli

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