Società

“Carmen” di Bizet. Contro il politicamente corretto: resistere, resistere, resistere

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A Firenze, come si sa, è andata in scena la “Carmen” di Bizet. Il regista Leo Muscato, con l’approvazione del sovrintendente Cristiano Chiarot nonché del sindaco Dario Nardella, ha deciso di modificare il finale: non sarà Don Josè a uccidere Carmen, bensì il contrario. La motivazione? “Non si può mettere in scena un femminicidio”. Ma al momento clou, la pistola di Carmen si è inceppata. Verrebbe quasi da sorridere, dinanzi a tanta demenzialità, se non fosse che la riscrittura delle opere teatrali è solo l’ultima, inquietante battaglia condotta dalle brigate progressiste del politicamente corretto, i cui obiettivi sono ormai molto chiari: revisionismo linguistico, storico, artistico e religioso. E pensare che c’è ancora chi sottovaluta la portata di questo fenomeno, che non può più essere bollato come normale dialettica politica, né tantomeno interessa solo il nostro Paese.

È iniziato tutto con la – tristemente nota – crociata linguistica di Laura Boldrini. Una battaglia per la grammatica italiana, come l’ha definita la stessa ex presidente della Camera: ma non solo una “questione grammaticale”, bensì un “blocco culturale” da rimuovere, perché “con la società cambia anche il linguaggio” e quelle mancate declinazioni al femminile sono un’offesa sessista verso le donne che raggiungono il potere. Dunque largo alla presidenta, alla sindaca, che matita rossa trionferà e correggerà chi non si allinea alla nuova ortodossia dei sostantivi e preferisce rimanere “ostaggio di un’ideologia”. Dal linguaggio ai media il salto è stato breve: e già si parla del 2018 come l’anno della guerra alla fake news. Senza voler sminuire la portata di questo fenomeno – il web è effettivamente colmo di notizie inventate – fa riflettere, tuttavia, che chi ambisce a combatterle sono gli stessi che non esitano a piegare la grammatica ai propri capricci.

Si è passati poi ai simboli storici. Dagli Stati Uniti è partita la furia iconoclasta contro i monumenti sudisti: statue abbattute o coperte, atti di vandalismo purificatore in nome di un non meglio identificato “antifascismo” e “antirazzismo”. Si è provato a trasferire in Italia questo delirio: «Perché così tanti monumenti fascisti sono ancora in piedi in Italia?» si chiedeva, in un articolo pubblicato sul sito del magazine del «New Yorker», Ruth Ben-Ghiat, docente di Storia e Studi italiani presso la New York University. La battaglia contro i monumenti fascisti, fortunatamente, non ha attecchito. Ma i progressisti hanno trovato altre forme d’arte sul quale sfogare la propria frustrazione. Ecco, dunque, il finale “aggiornato” della Carmen: ma non solo. Lo scorso dicembre, il New York Metropolitan Museum (MET) si è  fortunatamente rifiutato di rimuovere – come richiesto da una petizione online che aveva raccolto più di 9 mila firme – il dipinto“Thérèse che sogna” di Balthasar Kłossowski de Rola, accusato di essere allusivo nei confronti della pedofilia. Possiamo concludere questa “galleria degli orrori” con le note vicende riguardanti i festeggiamenti del Natale nelle scuole, che ormai da qualche anno riservano curiosi cambiamenti. Ad esempio, presso la scuola primaria Beato Odorico da Pordenone di Zoppola, “Gesù” è stato sostituito con “Perù” nella canzoncina di Natale per non urtare la sensibilità dei bambini islamici.

Si fa un gran parlare dell’avvento a livello mondiale di una destra autoritaria, xenofoba e razzista. Sarà. Tuttavia, ciò che ormai ha davvero messo radici – e cresce rigogliosa – è la mala pianta del politicamente corretto, una vera e propria ideologia che i progressisti, orfani del comunismo, impongono con arroganza in tutti campi del sapere e in ogni aspetto della vita quotidiana. Pretendono di riscrivere il vocabolario e la grammatica, di filtrare le notizie a proprio piacimento, di imporre codici comportamentali sulla base di un’ipocrita lotta al sessismo, di riscrivere la Storia che li ha visti perdenti, di ingabbiare nei sensi di colpa tutti coloro che si oppongono all’accoglienza senza se e senza ma, di appicciare la lettera scarlatta del fascismo su chiunque osi opporsi alla loro isterie. Resistere, resistere, resistere è la parola d’ordine dinanzi a tanta arroganza.

Federico Cartelli

Nato a Padova nel 1983, è laureato in Scienze politiche all’Università Federico II di Napoli. E' analista di politica italiana e internazionale. Ha pubblicato per Il Giornale, nella collana “Fuori dal coro”, il libro "La costituzione più brutta del mondo" e, per Edizioni La Vela, "A Trump romance - Cronaca di un'elezione mai annunciata". Ha inoltre pubblicato, su Amazon, "Guida rapida e razionale contro la riforma costituzionale" e "Costituzione, Stato e crisi – Eresie di libertà per un Paese di sudditi", con prefazione di Carlo Lottieri.

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