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Def & manovra. Di Maio è un pifferaio ma l’establishment non ha capito la lezione

«Con questa manovra aboliremo la povertà», ha promesso Luigi Di Maio. Come, quando, dove e perché? Non sarà certo grazie alla nota di aggiornamento del Def che, pur innalzando la soglia del deficit al 2,4% e avviando l’introduzione del reddito di cittadinanza, non potrà risolvere una questione enorme che vede un italiano su quattro a rischio: non è un caso che le prime stime parlino di due terzi dei “bisognosi” che resteranno fuori dal perimetro della misura. Eppure a due giorni dall’accordo in Consiglio dei ministri, e nonostante lo spauracchio dello spread si sia materializzato arrivando a quota 280, l’espressione iperbolica pronunciata dal ministro pentastellato è rimasta sostanzialmente “impunita”. Stesso discorso con il «diritto alla felicità» con cui Salvini ha ribattezzato l’accordo sulla manovra, sancendo una rottura con la narrazione economicista che ha contraddistinto le ultime due legislature.

Impunita da chi? Dall’opinione pubblica che, infatti, ha reagito ancora una volta con empatia all’affermazione dei due dominus del “governo del cambiamento” (altra espressione idiomatica entrata ormai nel vocabolario della Terza Repubblica). Certo, dalle rilevazioni emerge come la misura “assistenziale” imposta dai grillini nel Consiglio dei ministri non sia particolarmente gradita a una porzione maggioritaria di italiani – soprattutto nel centronord – e i dubbi, non strumentali, sono più che giustificati davanti a una manovra finanziata col deficit che non interviene pesantemente né sul taglio delle tasse né sugli investimenti.

Tradotto: davanti a una “sparata” rischiosa e delicata che, soprattutto nel caso di Di Maio, ha un evidente richiamo alle elezioni Europee di maggio, di obiezioni sensate e puntuali ce ne sarebbero diverse. Il punto, però, è che la cosiddetta “contronarrazione” si è limitata a ribadire le frasi tratte dal breviario dell’establishment (rappresentato dai vari commissari europei che tremano e temono per le loro poltrone, da ex premier-disastro come Mario Monti o da tecnici tutt’altro che disinteressati come Tito Boeri): con concetti del tipo «l’Europa sanzionerà l’Italia per la “disobbedienza”», «i mercati puniranno il Paese come una mano divina». Tanto per rimanere nel gergo, lo “spread” che si è aperto tra il popolo e gli interpreti di certa opposizione è visibile a occhio nudo nel caso del Pd: partito parametrato ormai più sui valori di Maastricht che sulle necessità del corpo sociale e dei ceti produttivi.

Insomma, se la risposta alla neovulgata giallo-verde è la riproposizione paradigmatica delle parole-manifesto «lacrime e sangue», «austerità», «vincoli di bilancio» e «pensione a 70 anni» con le quali, a fronte di sacrifici enormi per gli italiani, il debito pubblico è lievitato e la crescita si è dimostrata assai inferiore alla media europea, si comprendono bene le stime dei sondaggi che premiano le forze di governo (o meglio, la Lega) e puniscono Pd e Forza Italia: tutto questo in vista di una sfida di maggio che sarà giocata anche – se non soprattutto – sulla riforma dei trattati.

Attenzione però, non tutte le opposizioni sono uguali. Rispetto all’eurofilia disperata di Martina e compagni, più efficace e strutturata è la tesi di Giorgia Meloni che è tornata ad incalzare Lega e 5 Stelle sul nodo strutturale che riguarda il finanziamento della crescita: «Possiamo girarci attorno quanto vogliamo, ma senza sovranità monetaria ogni tentativo di aiutare il nostro popolo rischia di trasformarsi in un boomerang dagli effetti micidiali: il meccanismo del debito è spietato, lo spread galoppa e la speculazione fa festa», ha spiegato la leader di FdI. Di qui la proposta, di natura “partecipativa”, a Salvini e Di Maio: «Molti economisti hanno più volte provato a dire che abbiamo bisogno di dotarci di uno strumento di scambio che non vada a gonfiare ancor di più il debito pubblico, l’idea dei minibot poteva essere sicuramente una soluzione, ma che fine hanno fatto?».

Antonio Rapisarda

Giornalista e scrittore. Cronista politico per Il Tempo. Scrive anche per Diario del Web, Panorama e Tempi. Chitarrista di Lucilio s'è smarrito Seneca.
E' coordinatore editoriale di Charta minuta.

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