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Trump sostiene il Governo Conte. L’Italia sostituirà l’Inghilterra in seno alla UE?

Conte e Trump

Ieri, mentre in Italia tutti discutevamo su di un lancio di uova alla periferia di Torino, il Presidente Conte si è recato a Washington, per trattare con Trump delle relazioni atlantiche, della leadership sulla Libia, del gasdotto TAP, delle sanzioni alla Russia, di Iran e di caccia F-35, ricevendo, per la seconda volta in due mesi, un full-scale endorsement dal Presidente degli Stati Uniti d’America verso il Governo di Lega e M5S da lui rappresentato, il tutto apparentemente a costo zero per il nostro paese.

A quest’ultima circostanza, che a causa del nostro dibattito pubblico totalmente privo di logica non avrà probabilmente alcuna attenzione, sembra opportuno dedicare qualche riga, per domandarsi quale possa essere la contropartita di affermazioni tanto radicalmente positive come quelle sentite ieri, con le quali il Presidente della più grande potenza mondiale sembra averci sostanzialmente elevato a suo principale partner europeo dopo l’Inghilterra, accreditando una sostanziale comunanza di visione tra le due amministrazioni, anche su temi di politica interna, come quelli del fisco e dell’immigrazione, e spingendosi fino ad invitare espressamente le imprese statunitensi ad investire in Italia.

Allo stato dei fatti Giuseppe Conte, nella conferenza stampa di ieri, non ha dovuto dichiarare espressamente di aver concesso un qualunque risultato a Trump, né sull’acquisto dei caccia F-35, né sulla costruzione del gasdotto TAP, né sul deficit commerciale (almeno non più di quanto avesse concesso, nei giorni scorsi, Jean-Claude Juncker). Su ognuno di questi dossier il premier si è semplicemente limitato ad affermare che esaminerà attentamente le scelte da intraprendere in un confronto trasparente con gli Stati Uniti (ma anche, testuali parole, “con il sindaco della città pugliese dove deve terminare il gasdotto”) e nulla più.

Eppure, come è emerso dalle dichiarazioni di Trump prima dell’incontro, la controparte americana avrebbe certamente apprezzato di poter rivendicare un qualche successo immediato, almeno sugli F-35, ed era ragionevole che, nel contesto del meeting, chiedesse anche di avere in proposito qualche concessione chiara e netta, da offrire insieme in conferenza stampa.

Per converso, dal lato USA, Donald Trump ha espressamente dichiarato di sostenere la nostra controversa politica sull’immigrazione, che è oggetto di più di una discussione con altri alleati degli Stati Uniti, ha affidato all’Italia la leadership delle operazioni internazionali sulla Libia, e ci ha riconosciuto un importante ruolo di riferimento nel mediterraneo, che nell’era Obama andava alla Francia. Anche sul tema delle relazioni con l’Iran, sulle quali l’Italia ha una sensibilità tradizionale fra i paesi europei alla luce di un lungo rapporto commerciale, il leader americano ha fatto qualcosa di certamente gradito a Roma, annunciando una disponibilità incondizionata ad incontrare il Presidente Rohani per trattare sul tema del nucleare. Rispetto alle parole di Trump, persino l’ex presidente del consiglio PD Gentiloni ha dovuto riconoscere il successo italiano, dichiarando nella tarda serata di ieri che ‹‹Se l’annuncio sara’ confermato dai fatti e gli Usa confermeranno l’impegno in Libia, con un ruolo dell’Italia, sarebbe un’ottima notizia.››

A proposito delle sanzioni alla Russia si è registrata l’unica divergenza tra Italia e Stati Uniti. Tale divergenza è però solo apparente, in quanto la volontà italiana di rivedere le sanzioni economiche, già annunciata al G7 – e perfettamente autonoma in quanto nascente dal nostro elevato interscambio con la Russia – è anche perfettamente coerente con la linea che Trump vorrebbe, ma non può tenere per ragioni di politica interna, nei confronti di Vladimir Putin. Sotto questa luce, il fatto che Trump abbia dichiarato di voler lasciare in essere le sanzioni così come sono oggi sembra quindi del tutto irrilevante, poiché dopo le elezioni di mid-term sarà il primo a volerle rimuovere, magari proprio lasciandolo proporre a Conte.

Si può escludere che l’autore di The art of deal non sappia gestire una trattativa, e sarebbe ridicolo continuare a trattarlo come la sinistra italiana trattava Reagan. Il caso Nordcoreano, il vertice NATO ed anche l’inaspettato surge di popolarità interna dopo l’incontro con Putin, nonostante le peggiori critiche interne di sempre da parte del suo partito, confermano che Trump è ben più che abile e ad anche molto ben consigliato nella sua politica, che dovrà portarlo ad essere, per citare Henry Kissinger, ‹‹one of those figures in history who appears from time to time to mark the end of an era and to force it to give up its old pretences››.

La domanda immediatamente conseguente è quale sarà il ruolo dell’Italia in questo disegno americano, e che cosa, se ancora nulla abbiamo dovuto concedere, dovremo dare in futuro agli Stati Uniti, in riconoscenza per un sostegno come quello che stiamo vedendo ‒ e per quella potenza finanziaria che, secondo i ben informati, avrebbe in questi mesi silenziosamente bloccato ogni piano europeo di ricondurre l’Italia alla situazione di democrazia-amministrata che aveva caratterizzato le ultime due legislature, attraverso la frusta delle vendite concertate di titoli per far salire lo spread.

Se questa situazione di eccezionale favore statunitense nei nostri confronti proseguirà e se addirittura continueremo a non concedere visibilmente assolutamente nulla (peraltro, in alcuni casi, ad esempio sul TAP e sugli F-35, concederemmo anche a nostro favore) è possibile che quel che il Governo Conte sta promettendo in questi mesi agli Stati Uniti non sia davvero qualcosa che può essere annunciato. Le ipotesi in questo senso potrebbero essere diverse, ma tutte possono ben rientrare in quel ruolo di promozione/interdizione che l’Italia può giocare nell’ambito dell’Unione Europea.

Questa del ruolo italiano nelle vicende europee fu una carta già tentata dagli Stati Uniti sotto George W. Bush, quando una richiesta statunitense portò Berlusconi a sostenere a spada tratta l’ingresso della Turchia in Europa, assecondando il disegno statunitense che voleva cercare di arrestare il formarsi di una superpotenza alternativa ‒ il quale all’epoca, in un momento di grande espansione dell’Unione, fino a 27 membri sembrava molto plausibile ‒ incuneandovi 65 milioni di mussulmani che niente avrebbero mai dovuto avere a che fare con essa.

All’epoca, fra le strategie americane a cui era affidato l’obbiettivo (per ora raggiunto) di impedire l’Europa politica, la via Italo-Turca era solo quella secondaria. La prima delle politiche strategiche americane in tal senso, infatti, restava il ruolo di interdizione da sempre tradizionalmente affidato all’Inghilterra, che aveva costituito per decenni un costante freno ai progetti europei, in cambio di un sostanziale status di superpotenza-aggregata, concesso dagli Stati Uniti all’antico Impero.

La novità rappresentata dalla coraggiosa ribellione del Popolo inglese e della sua silenziosa, ma influente, Regina contro la prospettiva di una super-repubblica europea, ha tuttavia dato luogo all’ipotesi di un’uscita dell’isola dall’Unione entro un anno, e per di più senza accordi, che lascerebbe gli Stati Uniti nell’inedita condizione di rischiare, nonostante i tempi siano cambiati, un’eventuale effettiva unione politica e militare dell’Europa.

Questo porta gli USA di Donald Trump nella condizione di avere vitale interesse ad un sostegno italiano, utile per continuare a garantire il continuo operare di tutto quell’armamentario di politiche anti-europee a bassa intensità già messe in pratica dagli inglesi (ambiguità, oscillazioni, veti, opt-out, iniziative isolate, UK rebate) che è sempre più necessario per continuare stabilmente a mantenere 500 milioni di europei sotto il protettorato di 350 milioni di americani.

Parimenti attraverso il ruolo italiano potrebbe risolversi il grande problema rappresentato per gli Stati Uniti, ed in particolare per la presidenza Trump, dal deficit commerciale con la Cina. Se attualmente, infatti, la necessità di svalutare il Dollaro rispetto allo Yuan non può essere soddisfatta ‒ non senza correre il rischio di perdere lo status di valuta di riserva a favore dell’Euro ‒ l’obiettivo potrebbe però diventare raggiungibile in presenza di una parallela caduta del valore della moneta europea, che sia tale da consentire alla FED ‒ la cui indipendenza è recentemente entrata nel mirino di Trump ‒ di svalutare in pari misura. Questo piano in particolare potrebbe attuarsi in due modi, sia lasciando che l’Italia ipotizzi pian piano un’uscita dalla moneta unica se non saranno accolte le sue richieste (come già sta facendo) per creare turbolenze continue sui mercati interni, sia costringendo la BCE ad un’infinita monetizzazione del nostro debito, come condizione per superare i nostri futuri veti nelle sedi unitarie.

Quale strategia migliore, rispetto a questi possibili obbiettivi, che consolidare gratuitamente e nel lungo termine il governo più euroscettico della storia italiana?

Il video della conferenza stampa

Giovanni Basini

Ha 29 anni. Si è formato in giurisprudenza e tecniche legislative, presso la Sapienza di Roma e l'ISLE. Attualmente collabora con uno Studio Legale ed è Dottorando di Ricerca presso l’Università di Teramo. In passato ha diretto organizzazioni politiche giovanili e collaborato con istituzioni pubbliche. E' Direttore Comunicazione e Giovani della Fondazione Farefuturo.

Destina il 5×1000 alla Fondazione Farefuturo

Oggi più che mai il ritorno della Politica – dello sviluppo e della promozione di una buona politica – è una vera e propria “emergenza” nazionale, un antidoto necessario per restituire un binario, una direzione alla nostra Italia. La Fondazione Farefuturo, fin dalla sua nascita, si spende senza sosta per questo: studiare, analizzare ma soprattutto proporre modelli e soluzioni per sostenere i valori del buongoverno e con questi l’Italia che produce, che investe sul domani.

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