Società

Grazie Tom Wolfe, castigatore raffinato della vacuità radical-chic

di Alessandro Boccia

Thomas Kennerly Wolfe Jr., noto al grande pubblico semplicemente come Tom Wolfe, è stato molto di più di un semplice giornalista. Con il suo modo di fare, da dandy del Sud, e i sui completi bianchi, molto eleganti e un po’ vecchio stile, ha rivoluzionato il modo di fare informazione. Uno dei suoi più celebri articoli, pubblicato sul New York Magazine il 21 febbraio 1972, intitolato, non a caso, “The New Journalism”, sancì la nascita di quella scuola di scrittura caratterizzata dall’utilizzo delle tecniche narrative proprie della letteratura applicate allo stile giornalistico.

Ad 88 anni, per via di complicazioni originatesi da un’infezione, in un ospedale del quartiere di Manhattan, a New York, città assai cara a Wolfe, in cui ha scelto di vivere per buona parte della sua vita, il cuore di uno dei geni del giornalismo moderno ha cessato di battere. Nato a Richmond, Stato della Virginia, il 2 marzo del 1930, Wolfe lascia ai suoi estimatori una vasta produzione letteraria fatta di romanzi, saggi e articoli giornalistici, che hanno convinto la critica ad avvicinarlo ai grandi nomi della letteratura americana di quegli anni. Il suo nome è stato accostato a personalità come Truman Capote,  Joan Didion, Gay Talese e Hunter S. Thompson. «Era uno scrittore incredibile» dichiarò Talese, durante un’intervista all’Associated Press, «era impossibile imitarlo. Quando qualcuno ci ha provato è stato un disastro. Avrebbero dovuto trovare lavoro in una macelleria».

Dopo gli studi all’Università di Yale e il conseguimento del dottorato di ricerca in Studi Americani, Wolfe fu assunto giovanissimo come reporter dallo Springfield Union nel Massachusetts. Successivamente si trasferì prima a Washington, poi a New York nel 1962 per lavorare per The New York Herald Tribune. Non avrebbe mai più lasciato la Grande Mela. Si sposò con Sheila Berger, ex direttore artistico di Harper’s Bazaar, e gli diede due figli.

Satirico, beffardo, conservatore e castigatore. Il suo bersaglio preferito sono stati i costumi della società americana in continua evoluzione o, come avrebbe preferito dire, in constante involuzione. I detrattori amavano criticarlo dandogli del pettegolo da salotto. Lui, nel 1970, pubblicò una delle sue più celebri opere: Radical Chic & Mau-Mauing the Flak Catchers, tradotto in italiano: Lo chic radicale e Mau-mauizzando i Parapalle, libro composto da due articoli usciti sul New York Magazine in quello stesso anno. Per la prima volta venne utilizzato il termine Radical Chic per definire i cosiddetti Rivoluzionari da Salotto, ovvero, quegli appartenenti alla ricca borghesia americana che, in barba al loro status sociale, celebravano idee e tendenze politiche in linea con la sinistra più radicale. Come direbbero i francesi: “Gauche caviar”, “sinistra al caviale”.

I Radical Chic erano vip e artisti che parteciparono, il 14 gennaio del 1970, a un party di beneficienza per raccogliere fondi a favore del gruppo rivoluzionario delle Pantere Nere, organizzato da Felicia Montealegre, moglie del compositore e direttore d’orchestra Leonard Bernstein; erano insomma quei ricchi personaggi che, secondo quanto avrebbe detto poi Wolfe «offrono champagne a quelli che li impiccheranno». La festa, alla quale erano presenti anche alcuni esponenti delle Pantere Nere, si tenne nel patrizio attico di Manhattan dei Bernstein, composto da 13 camere con affaccio su Park Avenue. Mai occasione poté essere più ghiotta di quella per Tom Wolfe, il quale scrisse un lungo articolo sulla festa dei Bernstein e non risparmiò aspre critiche e pungenti frecciate, mettendo in luce le contraddizioni di chi giocava a fare il rivoluzionario con il portafoglio pieno di dollari.

Seguirono negli anni avvenire altri importanti romanzi, tra i quali, il più importante fu, secondo la critica, The Bonfire of the Vanities, tradotto in italiano con il titolo: Il Falò delle Vanità, pubblicato definitivamente nel 1987. L’opera altro non è che una feroce condanna all’ambizione sfrenata, al razzismo e all’avidità che dominarono la New York degli anni ottanta, un ambiente in cui la menzogna e la prevaricazione erano le uniche armi di sopravvivenza.

In definitiva, il ritratto che meglio rappresenta Tom Wolfe è, senza dubbio, quello del repubblicano gentiluomo, politicamente scorretto e fine osservatore dei suoi connazionali ai quali, tuttavia, non risparmiava severe ma meritate scudisciate.

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