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Ius soli #2. Non può essere un “pezzo di carta”: la cittadinanza è un’adesione

Il disegno di legge sullo “ius soli” ha scatenato un aspro dibattito fra le forze politiche e spaccato l’opinione pubblica. La discussione si è ridotta, come al solito, ad una guerra tra bande che culmina nella classica caccia al razzista e nel plateale esibizionismo di buoni sentimenti. Qui si vuol provare, dunque, a fornire una lettura scevra da idealismi e dall’irrazionalità dominante. Iniziamo da alcune doverose premesse.

Un equivoco lessicale. Innanzitutto, è prioritario correggere un rilevante equivoco di natura lessicale, nel quale sono caduti più o meno volontariamente sia i sostenitori che gli oppositori del disegno di legge. Il provvedimento in questione non tratta lo ius soli in senso lato: il testo, infatti, non norma l’acquisizione della cittadinanza secondo le modalità previste, ad esempio, negli Stati Uniti. In sostanza, chi nasce in Italia non sarà automaticamente cittadino italiano, esattamente come accade attualmente.

Un equivoco “emozionale”. In secondo luogo, si deve correggere un altro equivoco, questa volta di natura emozionale: ovvero, che la situazione giuridica attuale non consenta agli stranieri – in particolare ai bambini – di acquisire la cittadinanza italiana. La normativa attuale, in vigore dal 1992, non abbandona a sè stessi i minori stranieri che arrivano in Italia e che vogliono stabilirsi in maniera duratura nel nostro Paese. Al compimento dei 18 anni, un bambino nato da genitori stranieri può richiedere (entro un anno) la cittadinanza italiana: l’unica condizione è che nel frattempo abbia risieduto in Italia, “legalmente e ininterrottamente”. Una legge senz’altro migliorabile, ma che non rappresenta sicuramente né un trattamento disumano, né una privazione di diritti essenziali.

Il contesto. Infine, una terza premessa, che non riguarda “equivoci”, ma che è una condizione necessaria e sufficiente per calare il provvedimento nel giusto contesto. Della riforma della legge sulla cittadinanza si discute sin dall’inizio della legislatura, nel lontano 2013, ma arriva al rush finale in Senato in condizioni ambientali nazionali e internazionali completamente mutate. E’ troppo facile liquidare la questione affermando che “l’Italia deve conformarsi agli altri Paesi europei”. Tali Paesi, infatti, non sono divenuti, in questo arco temporale, il principale approdo migratorio del Mediterraneo. E questa è una variabile che non si può ignorare, a meno che non si voglia offendere la propria intelligenza e quella altrui. Secondo i dati Unhcr, nel 2016 sono sbarcate in Europa 361.678 persone: di queste, 181.405 in Italia, 173.447 in Grecia. Nel 2015, in Italia erano arrivate 153 mila persone; i dati per il 2017 lasciano presagire un ulteriore aumento.

Integrazione e terrorismo. Infine, il tema della cittadinanza è inevitabilmente connesso a quello dell’integrazione, e come noto si sono verificati episodi di terrorismo islamico che hanno avuto come autori proprio immigrati di seconda e terza generazione che erano divenuti cittadini del Paese dove erano cresciuti. Con ciò, naturalmente, non si vuole certo proporre una superficiale generalizzazione, bensì sottolineare come in talune realtà europee – si pensi alle banlieu parigine, al quartiere di Molenbeek a Bruxelles, così come ad alcune zone di Londra – l’approccio nei confronti dell’integrazione sia stato troppo morbido e approssimativo. E’ illusorio pensare che l’acquisizione della cittadinanza equivalga sempre ad un’avvenuta e piena integrazione, tanto più con le norme attuali e anche con quelle previste dalla riforma. L’integrazione non può avvenire meramente “per legge”.

Alla luce di tali considerazioni, è senz’altro auspicabile modificare le norme che regolano l’accesso alla cittadinanza italiana, lasciando da parte le ipocrisie e i calcoli elettorali, e provando a trovare un ragionevole punto di equilibrio tra le esigenze di reale integrazione e di sicurezza dei nostri tempi, e le legittime aspirazioni di coloro che intendono rifarsi una vita in Italia in modo onesto. La cittadinanza non deve essere regalata né tantomeno essere ridotta a uno dei tanti, vuoti “pezzi di carta” che vanno tanto di moda nel nostro Paese.

Pertanto, è da bocciare la parte della riforma che introduce il cosiddetto ius culturae, grazie al quale sarebbe sufficiente un ciclo scolastico di cinque anni (o aver seguito percorsi di istruzione e formazione professionali) per ottenere la cittadinanza. Uno ius culturae ragionevole dovrebbe prevedere l’accesso alla cittadinanza per il minore straniero nato in Italia o arrivato prima di compiere i dodici anni che soddisfi due requisiti: 1) l’assoluzione per intero e con successo dell’obbligo d’istruzione e dell’obbligo formativo così come previsti dalla legge 27 dicembre 2006, n.296, comma 622, e dal Decreto Legislativo 15 aprile 2005, n.76, art.1. 2) il successivo superamento, entro il ventesimo anno di età, di un colloquio orale per verificare l’adesione del richiedente ai valori civici essenziali e ai diritti fondamentali necessari per far parte della comunità.

Per ciò che concerne, invece, lo ius soli temperato, la riforma prevede i seguenti requisiti per i cittadini di Stati non appartenenti all’UE: 1) deve avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale; 2) deve disporre di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge; 3) deve superare un test di conoscenza della lingua italiana; 4) deve risiedere legalmente in Italia per cinque anni. Anche questa parte della legge appare carente, e i requisiti andrebbero così riscritti, prendendo a modello ciò che prevede la Svizzera: 1) deve risiedere legalmente in Italia per dieci anni; 2) deve avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale; 3) deve disporre di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge; 4) deve superare un test di ottenimento della cittadinanza, composto da una prova scritta e una orale, nei quali il richiedente dimostra oltre alla conoscenza della lingua italiana, di essersi integrato nella comunità e di rispettarne i valori e i diritti, di avere familiarità con la storia, i costumi e le tradizioni italiane; 5) non deve costituire una minaccia per la sicurezza interna e esterna dell’Italia.

Va da sè che oltre a prevedere norme per l’acquisizione della cittadinanza, buon senso vorrebbe che ne fossero elaborate anche per codificare le eventualità in base alla quali la cittadinanza è revocata. Perché i doveri scorrano sempre parallelamente ai diritti.

Federico Cartelli

Nato a Padova nel 1983, è laureato in Scienze politiche all’Università Federico II di Napoli. E' analista di politica italiana e internazionale. Ha pubblicato per Il Giornale, nella collana “Fuori dal coro”, il libro "La costituzione più brutta del mondo" e, per Edizioni La Vela, "A Trump romance - Cronaca di un'elezione mai annunciata". Ha inoltre pubblicato, su Amazon, "Guida rapida e razionale contro la riforma costituzionale" e "Costituzione, Stato e crisi – Eresie di libertà per un Paese di sudditi", con prefazione di Carlo Lottieri.

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