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La “bocciatura” non decide il futuro dell’Italia, la qualità della manovra sì

Da qualche tempo l’Unione Europea diffonde annunci chiave riguardanti l’Italia a mercati aperti, non nascondendo ma anzi dimostrando un disegno politico preciso volto a colpire il nostro paese, che sembra diventato una nuova Grecia, da sacrificare per dimostrare al mondo l’esistenza di un’unità continentale e di una serietà istituzionale europea.

La scorsa settimana le uscite di Moscovici, il rinvio pubblico degli incontri di Juncker, poi la bocciatura della manovra; unite al delirante commento di una funzionaria UE che ha dichiarato ai giornalisti “incrociamo le dita per le banche Italiane”, indicano che a Bruxelles una squadra di dichiaratori ricerca attivamente il panico, coordinandosi con operatori da far entrare in campo al momento giusto.

Esattamente come avevamo descritto qualche mese fa, in coincidenza con grandi annunci europei, e particolarmente il 21 novembre , alcune “mani forti” hanno creato un’improvvisa ondata di vendite di Btp, sperando di innescare un movimento ribassista, che è rimasta fortunatamente senza esiti, perché il mercato non ha voluto cogliere il segnale, avviando un lento miglioramento dello spread.

Differenziale Btp-Bund nov. 18

Osservando il grafico è legittimo chiedersi per quale ragione l’Europa cerchi lo scontro più dei mercati, ed anzi per quale ragione i mercati lo evitino; come mai i titoli italiani già in circolo valgano leggermente più dei giorni scorsi, ed anche il perchè, in questi stessi giorni scorsi, un’asta di nuovi Btp-Italia indicizzati all’inflazione sia andata in controtendenza, rivelandosi poco interessante per gli investitori e con una domanda di titoli molto bassa.

La risposta all’interrogativo sull’attuale aggressività delle istituzioni europee, che pure avevano dimostrato molta pazienza con Renzi e Letta, va cercata non solo nel venir meno dei continui regali politici del Nazareno alla Francia, ma anche nell’esistenza di problemi irrisolti di scala europea. In questo scenario, il tentativo della Commissione sembra essere quello di riedificare la sacralità di certe regole a danno dell’Italia operando un rèvirement dalla prassi consolidata di lasciarle violare (specie alla Francia). Inoltre, l’importanza delle elezioni europee dell’anno prossimo è evidente, e dunque anche la necessità di contendere la fune ai nazionalisti può spiegare in parte la postura ostile della Commissione.

Ma la UE non sta cercando solo l’immagine di un’ostilità verso Roma, perché la scelta della procedura di debito eccessivo, per infrazioni contestate relative ad anni passati, avviata dopo l’annuncio di una manovra sgradita, ma non ancora vigente, appare dettata dal preciso intento di produrre conseguenze sostanziali in qualunque caso, anche ove il debito pubblico italiano del 2019 dovesse poi, alla fine, scendere. Così è per anche per la proposta di un bilancio separato, che vorrebbe servire a toglierci parte del denaro che ritraiamo indietro dal nostro contributo lordo all’Unione.

Questo tentativo di accompagnarci, ostentatamente, fuori dall’UE potrebbe dipendere dal fatto che i funzionari della stessa sanno bene che le sanzioni economiche internazionali, a differenza delle pressioni dei mercati internazionali, non hanno mai funzionato a coartare le decisioni di nessun paese sovrano. In altri termini, l’unico modo in cui, la minaccia delle sanzioni può sortire effetti è quello di funzionare come innesco, per scatenare le seconde.

Dall’Italia nel 1935 al Giappone nel 1941, fino all’Iran ed alla Russia nei giorni nostri, le sanzioni hanno determinato sempre e solo blindature o peggioramenti degli assetti politici interni delle nazioni toccate, provocando anche tragedie storiche come la nascita dell’Asse Roma Berlino o l’attacco di Pearl Harbour. Al contrario, le pressioni dei mercati internazionali ‒ spontanee o aiutate ‒ si sono spesso rivelate efficienti a determinare cambiamenti politici significativi, indotti dall’esigenza di proteggere la popolazione ed i complessi produttivi da situazioni di più grave sofferenza, come si è visto da ultimo nel 2011 con il golpe tecnico in Italia, e ‒ andando poi molto più in là che da noi ‒ nel caso della Grecia.

Il disegno degli europeisti, dunque, potrebbe essere quello di innescare l’azione dei mercati, minacciando un’espulsione dell’Italia dall’Unione Europea, per coartare il governo ad allinearsi, e guadagnare così consensi sui nazionalisti dimostrando “l’inevitabilità” dell’Unione. Occorre chiedersi, tuttavia, se i mercanti vogliano cooperare con questo schema, davvero cadendo nel panico all’ipotesi di un’Italia fuori dalla UE, o se piuttosto non siano disposti tranquillamente ad ammetterla.

A questo proposito, merita una riflessione lo strano comportamento degli investitori già visto sullo spread e sull’asta dei Btp-Italia. Da una parte, in un periodo di bassa inflazione nonostante i vari QE, e con un’ipotesi di ZIRP che si mantiene all’orizzonte, non sembra scontato che un Btp indicizzato all’inflazione convenga sempre più di un altro tipo di bond pubblico ‒ e magari di un Btp già sul mercato, il cui acquisto riduce lo spread. Inoltre, in un mondo a tassi bassi, con l’orizzonte di emissioni di Btp a rendimenti ben più alti in futuro, l’investitore non ancora convinto del default italiano, e comunque alla ricerca di rendimenti alti, potrebbe essere stato anche portato ad attendere qualche mese, rinviando gli acquisti ed evitando vendite.

Tuttavia se esiste chi scommette sulla rottura dell’Unione, allora deve esistere anche chi può scommettere su di noi, sulla sopravvivenza dell’Italia all’Unione, sulla sua ricchezza privata, e sulle sue quarte riserve auree, per trarne un utile proprio, magari posizionandosi per una scommessa da esitare positivamente nel momento in cui l’Unione ed il valore dell’euro dovessero crollare. A costoro converrebbe sostenerci in una strada esterna, e non dimostrare l’inevitabilità del percorso europeo, giorno per giorno, con lo spread crescente.

Questo pensiero delle piazze ed agenzie di rating, specialmente americane, potrebbe aver tenuto lo spread basso finora e potrebbe anche tenerlo tale in futuro, in perdurante spregio delle bocciature europee dei nostri bilanci. Però, sia si consideri questo come un effetto complesso del combinato Trump/Brexit, sia che lo si ritenga un fenomeno puramente economico o puramente politico, tale scudo non è stabile.

Almeno un elemento, al riguardo, sembra ragionevole considerare rilevante perché, sperabilmente, l’imprevista stabilità dello spread e dei rating prosegua: il fatto che il governo, anche non tenendo conto del saldo di deficit tollerato dalla UE, scelga almeno di migliorare la manovra. Questo, forse, potrebbe influire.

Il punto chiave è la crescita. Serve per dimostrare che “può esserci vita fuori dai principi di Maastricht”, e rendere così realistica la possibilità di una perdurante, protratta, scommessa internazionale su di un’Italia che cambi le regole europee o che fuoriesca dalla tensione finanziaria comunque in modo sano (e, potremmo aggiungere, per l’ennesima volta).

La chiave politica per leggere questo sentimento dei mercati potrebbe essere: “se meno tasse, allora meno UE”. Seguendo questo principio, se dal reddito di cittadinanza 10 miliardi della manovra passassero ad un avvio importante di flat tax, i mercati potrebbero anche applaudire e finanziare lo sforzo di sganciarsi dai parametri europei per cambiarli, non essendo affatto vero che esista un consenso sulle politiche di austerità nei confronti di paesi da tempo sotto pressione, e sul metodo degli avanzi primari protratti [1].

Se questo sforzo conducesse infine ad un controllo della dinamica del debito, l’Italia avrebbe dimostrato il nuovo modello, e creato le condizioni per mutare le regole di convergenza europee, col consenso di una nuova Commissione più “nazionalista”. Vieppiù, agli investitori è certamente noto che solo una fase di crescita significativa ridurrebbe il debito in un modo veramente vincolante, perché nella fase di crescita opera il limite costituzionale dell’art. 81, il quale è superabile a maggioranza dal Parlamento solo quando il Pil, come oggi, è sotto il suo potenziale ‒ il che non si darebbe più se l’Italia, finalmente, dopo anni, agganciasse una fase positiva del ciclo ‒ di conseguenza il Governo non potrebbe destinare a politiche di spesa il maggior introito.

Da ciò traiamo un’indicazione politica: farebbe bene Salvini a battersi per la flat tax subito, ed i cinque stelle dovrebbero accettarlo, perché se salvassero il paese dal giudizio dei mercati rinviando il reddito di cittadinanza, e raggiungessero una crescita sostenuta, non è detto che non poi non sarebbero anche loro premiati elettoralmente, alle politiche anziché alle europee, dall’aver poi introdotto in un secondo momento, in un modo sicuramente più sostenibile il loro sistema di solidarietà sociale diffusa (magari al primo rallentamento del ciclo economico utile, che entro 4 anni sarebbe probabile).

Al contrario abbracciare la propaganda della Commissione UE, tornando alla scellerata politica degli avanzi primari di Monti con nuove patrimoniali, ucciderebbe il paziente, perché l’Italia produttiva, che già è provata dalle patrimoniali sopravvissute ‒ su cui sono sollevate critiche più che fondate [2] ‒ non ha margini di investimento sopravvissuti alle crisi del 2007 e del 2011 e perde costantemente posizioni nella concorrenza internazionale.

Se davvero si volesse ottenere “meno Europa”, senza uscirne in modo traumatico aprendo a un futuro pericoloso per il paese, la precondizione politica fondamentale di un programma sovranista sarebbe agire per “meno tasse”, anche facendo ricorso a tagli di spesa improduttiva ‒ particolarmente quella per acquisti di beni e servizi che, in tempi diversi, economisti di destra come Mario Baldassarri e tecnici come Piero Giarda, segnalarono essere un vero serbatoio della spesa pubblica improduttiva, aumentato anche del 50% in pochi anni, per decine di miliardi di euro.

Oggi l’Italia paga ancora la scelta di Monti di disattendere quell’indicazione e di colpire le pensioni (trasferimenti) anziché le spese effettive dello Stato, deprimendo il reddito nazionale e contemporaneamente attribuendone la necessità al clichè del “ce lo chiede l’Europa”. Questo ha alienato il consenso alle forze razionali e tradizionali e creato un fronte di contestazione delle istituzioni europee, proiettando verso l’ascesa il populismo incarnato dal Movimento Cinque Stelle, che a sua volta minaccia di far saltare i conti dello Stato italiano, e con essi l’Europa, prima ancora che sia possibile alle forze delle destre europee di influire sulla nuova Commissione e sulla BCE per cambiarne le politiche.

Per spezzare questo ciclo negativo è necessario rivedere al più presto la nostra politica economica, abbandonando l’austerità degli avanzi primari crescenti realizzati con misure fiscali, per abbracciare non un afflato assistenzialista ma un programma di riduzione delle tasse, taglio delle spese gonfiate, privatizzazione di beni improduttivi e liberazione della crescita.

Per questo vi è solo una speranza, da riporre in Salvini, Giorgetti e Meloni, nella Lega e in Fratelli d’Italia, alleate nel Centrodestra ‒ ed in quanto rimane di Forza Italia, se fosse disposta a cooperare ordinatamente ‒ perché possano convincere il Movimento 5 Stelle a cambiare la manovra, in cambio della stabilità del Governo, anche attraverso un posticipo della loro bandiera sul reddito e le pensioni di cittadinanza.

L’incredibile ottusità del Partito Democratico, che di fronte a questo rischio nazionale e sistemico ‒ e più pericoloso proprio per quello che più incarna oggi i suoi valori, cioè l’UE socialista ‒ non offre i suoi voti ed una tregua nazionale per cambiare la manovra “comunque sia” non può e non deve essere quella della destra italiana, che dovrebbe impegnarsi su questo e contribuire al cambiamento di linea economica avviato dal Governo, nel senso di aiutare la Lega.

Lo si potrebbe fare offrendo di negoziare l’accoglimento di alcune proposte simboliche, come quella di FDI sull’inserimento di un limite massimo alle tasse nella Costituzione, in cambio di un limitato impegno ad approvare insieme la linea finanziaria modificata del Governo, senza il quale il paese è ostaggio del Movimento 5 Stelle, ed in particolare della frangia più estremista e irragionevole di esso. Fare del sovranismo, anziché del populismo.

 

 

[1] V. Fratianni, Savona, Rinaldi, Una proposta per ridurre il fardello del Debito pubblico italiano, all’indirizzo http://docs.dises.univpm.it/web/quaderni/pdfmofir/Mofir081.pdf

[2] V.  D. Baiardi, P. Profeta, R. Puglisi, S. Scabrosetti, Tax Policy and Economic Growth: Does It Really Matter?, in Int. Tax Public Finance, 2018. Anche all’indirizzo https://ssrn.com/abstract=2932798

[3] V. M. Baldassarri, Sforbiciate ad acquisti e fondi perduti per ridurre le tasse a imprese e famiglie, in Libero, 2009, all’indirizzo http://www.mariobaldassarri.net/site/wp-content/uploads/2016/05/291009_LIBERO_3.pdf e la molto successiva relazione Giarda sulla spending review.

Giovanni Basini

Ha 29 anni. Si è formato in giurisprudenza e tecniche legislative, presso la Sapienza di Roma e l'ISLE. Attualmente collabora con uno Studio Legale ed è Dottorando di Ricerca presso l’Università di Teramo. In passato ha diretto organizzazioni politiche giovanili e collaborato con istituzioni pubbliche. E' Direttore Comunicazione e Giovani della Fondazione Farefuturo.

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Oggi più che mai il ritorno della Politica – dello sviluppo e della promozione di una buona politica – è una vera e propria “emergenza” nazionale, un antidoto necessario per restituire un binario, una direzione alla nostra Italia. La Fondazione Farefuturo, fin dalla sua nascita, si spende senza sosta per questo: studiare, analizzare ma soprattutto proporre modelli e soluzioni per sostenere i valori del buongoverno e con questi l’Italia che produce, che investe sul domani.

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