Focus

Di Maio l’ambizioso e il rischio di bruciarsi con i “due forni”

A pochi giorni dall’inizio delle consultazioni al Quirinale, dove dovrà emergere il profilo della proposta che ha più chance di trovare una maggioranza in Parlamento con la quale formare un governo, il quadro politico presenta diversi elementi di grande confusione – oggettivi – ma anche alcuni aspetti di chiarezza per nulla secondari.

Partendo da questi ultimi non si può non notare come il cosiddetto destra-centro (già centrodestra) sembra aver maturato più di tutti – vincitori e vinti – la responsabilità di rispondere alle aspettative che l’hanno condotto il 4 marzo a conquistare la maggioranza, seppure non sufficiente, dei voti degli italiani. Merito del nuovo leader della coalizione, Matteo Salvini, che – con un colpo di scena mai osato da nessuno nei confronti di Silvio Berlusconi (e della prospettiva di Nazareno bis strisciante) – ha costretto rispettivamente i grillini a convergere su un candidato, Elisabetta Casellati, berlusconiano ma non “invotabile” e il Cavaliere ad assecondare uno schema che lo rende comunque tra i protagonisti dell’architettura istituzionale.

E qui il merito è anche di Giorgia Meloni che, nelle ore in cui la crisi della coalizione – dovuta allo “strappo” di Salvini e aizzata da chi, in Forza Italia, ha subìto il cambio di “addendi” del leghista che ha sancito così la leadership anche in casa d’altri – sembrava compiuta, ha tenuto saldi i nervi e ha contribuito a collegare laa prospettiva di Salvini e il “diritto” di Berlusconi nel nome di un’unità dalla quale dipende, in maniera esclusiva, la possibilità di rispettare il mandato degli elettori.

I due quarantenni, insomma, hanno contribuito a dare una prima risposta all’impasse prodotto da una pessima legge elettorale e hanno tenuto la coalizione salda nonostante le “sirene” provenienti dai 5 Stelle e dalle burocrazie (tra cui, diciamolo, dal Colle) tifose delle nuove larghe intese. Tutto questo ha spiazzato colui che si ritiene il vincitore “morale” del 4 marzo: Luigi Di Maio. Se è vero, infatti, che il MoVimento Cinque Stelle ha ottenuto l’importante presidenza della Camera, è altrettanto vero che il capo politico dei pentastellati si aspettava a questo punto da parte di Salvini l’abbandono tout court della coalizione per la formazione di un governo “bi-populista” con il quale riscrivere – a propria immagine – le regole e il prospetto della Terza Repubblica.

Di Maio pensa infatti di poter giocare su un doppio binario (oltre che, democristianamente su due forni): da una parte – come si è visto sul tema dell’attribuzione delle presidenze delle due Camere – dimostrandosi perfettamente a suo agio nel parlamentarismo propriamente detto come un reduce della Prima Repubblica; dall’altra, poi, insofferente alle stesse regole della rappresentanza (il M5S rappresenta il 32% del 73% di chi ha votato: meno di un quarto degli italiani), pensa di poter sfruttare un risultato importante ma nettamente insufficiente per dettare la linea della premiership a Salvini che, da parte sua, non ha intenzione di sacrificare il percorso dell’alleanza (ossia lo scalpo di Forza Italia, come richiesto da Di Maio & co), e le prospettive di sviluppo che si aprono per la Lega e non solo, per partecipare da stampella a un esecutivo a 5 Stelle.

Davanti all’offerta giunta dal leader del destra-centro, un passo indietro comune per un governo centrato su pochi punti reali di emergenza (tasse, rilancio del mercato del lavoro, immigrazione e sicurezza) con a guida una figura “terza”, la replica del grillino – che si gioca, come è noto, la partita della vita dato il vincolo interno dei due mandati – è stata il muscolare «o me o niente» e la riapertura, almeno dissimulata, di un canale con il Pd: sintomo di un’ambizione personale finalmente svelata che rischia, per parte sua, di rovinare il profilo innovativo registrato il 4 marzo (per riportare tutto nelle mani del capo dello Stato e, magari, dell’instabilità dei mercati) o di infrangersi nella vendetta di Matteo Renzi che, seppur spiaggiato, è ancora dominus della truppa democrat e ha una voglia spropositata di urlare un “vaffa” al mittente.

Antonio Rapisarda

Giornalista e scrittore. Cronista politico per Il Tempo. Scrive anche per Diario del Web, Panorama e Tempi. Chitarrista di Lucilio s'è smarrito Seneca.
E' coordinatore editoriale di Charta minuta.

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