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Parliamo di sondaggi

Siamo nel periodo di divieto pre-voto di pubblicazione dei sondaggi, ma essi costituiscono comunque il motore delle azioni e delle reazioni dei politici impegnati nel rush finale della campagna referendaria. E allora vale la pena condurre una riflessione sul ruolo e sulle funzioni dei sondaggi, tanto nelle analisi delle realtà sociale e delle opinioni politiche, quanto come strumento – per altro sempre più spesso fallace – di lettura predettiva dei comportamenti individuali e collettivi.
Negli ultimi vent’anni l’Italia ha visto un andamento crescente del loro utilizzo, e soprattutto della visibilità deterministica che sistema politico e sistema dell’informazione hanno attribuito a questo strumento. Da un lato la personalizzazione della politica implica la necessità di valutare periodicamente e sistematicamente il livello di gradimento e di popolarità del leader di governo, dall’altro si è andato diffondendo il marketing delle decisioni politiche vale a dire l’applicazione delle tecniche di indagine e valutazione proprie del marketing commerciale – nella definizione minima di Russell Winer il marketing è l’insieme delle attività che mirano a influenzare una scelta del consumatore/cliente – alla definizione delle politiche di governo e della relativa priorità.
Rispetto all’uso dei sondaggi in politica, i punti controversi sono molti. In modo particolare sono due le questioni critiche che troppo spesso vengono trascurate. La prima questione è sostanziale e si riferisce alla pretesa di far coincidere il risultato di un’indagine campionaria con l’espressione dell’opinione pubblica. La seconda risiede nell’uso effettivo che la politica e le forze di governo ne fanno.
Pierre Bourdieu nel saggio L’opinione pubblica non esiste (1973) elenca e confuta quelli che egli identifica come i tre postulati dei sondaggi d’opinione, fino a sostenere che l’opinione pubblica come risultato di indagini demoscopiche, non esiste. Il primo postulato consiste nel presupporre che tutti possono avere un’opinione su tutto, quando è evidente che esistono differenze socio-individuali che limitano sia l’interesse del singolo per alcune questioni, sia la sua capacità cognitiva ad elaborare opinioni su di esse. Il secondo postulato riguarda l’arbitrario presupposto che le opinioni si equivalgano, in realtà accumulare opinioni che nella realtà non hanno la stessa forza conduce ad una distorsione marcata della stessa funzione che l’opinione così definita svolge nell’ambito della società. Infine il terzo postulato si riferisce alla natura delle domande, rivolgere a tutti le stesse domande implica che vi sia un consenso su quali siano le questioni rilevanti sulle quali esprimere un’opinione.
Bourdieu pone anche una serie di problematiche tecniche relative alle distorsioni più o meno volontarie che derivano dalla formulazione linguistica delle domande, dalla loro posizione all’interno dello schema generale dell’intervista, dall’inserimento necessariamente parziale quando non arbitrario delle possibili risposte, dell’effetto distorcente di quella che viene definita desiderabilità sociale, per la quale a livello del tutto inconsapevole l’intervistato cerca di rispondere secondo quanto ritiene essere il modo più socialmente condiviso e accettato.
Anche ammettendo la scientificità e la neutralità delle indagini demoscopiche e quindi la relativa possibilità di ritenerli una delle potenziali espressioni dell’opinione dei cittadini, sussiste una questione centrale che colpisce in particolare gli effettivi processi decisionali e comunicativi che le forze di governo mettono in atto utilizzando i sondaggi come strumenti di conoscenza della realtà sociale che sono chiamati a governare.
La politica sembrerebbe utilizzare i sondaggi per definire le priorità, l’agenda delle policy in base alla presunta preferenza del pubblico. Quali sono le questioni che l’opinione pubblica percepisce come prioritarie e urgenti? E quali, al contrario, sono le questioni più delicate e controverse che è meglio tralasciare?
Il problema è che sempre di più la politica non utilizza i sondaggi esclusivamente per disegnare la mappa delle necessità, delle urgenze e delle criticità della società per poi uniformarvisi ed agire sulla base delle richieste che provengono dal basso, ma al contrario li utilizza per modificare l’opinione pubblica attraverso l’individuazione delle migliori strategie comunicative per far accettare idee e decisioni politiche assunte altrove.
Quello che in teoria potrebbe essere, se utilizzato con la necessaria cautela, uno strumento di supporto alla politica al fine di decifrare le esigenze concrete dei cittadini, è sfruttato per meglio veicolare e far accettare i programmi. Il processo di definizione delle aree di intervento, delle priorità di governo e degli interessi più stringenti non è effettivamente di tipo button-up, ma al contrario è top-down, vale a dire di imposizione dall’alto delle decisioni e delle politiche intraprese mediante la definizione di strategie comunicative elaborate sulla base dei risultati dei sondaggi.
Lo stesso Bourdieu sostiene che il sondaggio è a tutti gli effetti, uno strumento di azione politica che si fonda sull’illusione che esista un’opinione pubblica come semplice addizione delle opinioni dei singoli. I sondaggi d’opinione, per la loro natura e perché usati da soli, non sono in grado di cogliere pienamente le dinamiche dell’opinione pubblica perché sono privi di una metodologia d’analisi adeguata a quanto vogliono rilevare.
L’opinione pubblica sintetizzata in una percentuale è un artificio necessario a dissimulare una realtà ben più complessa: l’opinione pubblica è un sistema di forze e di tensioni per rappresentare le quali non vi è nulla di più inadatto di una misurazione matematica.
In modo strumentale la politica costruisce, attraverso il sondaggio, un’opinione pubblica definita da una percentuale di maggioranza che viene utilizzata per rafforzare e legittimare la propria azione. Scrive Bourdieu: «Per dirla in modo semplice, l’uomo politico è colui che dice “Dio è con noi”. L’equivalente di “Dio è con noi” è oggi “l’opinione pubblica è con noi».
I sondaggi, percepiti dai cittadini come strumenti non politicizzati, neutrali e scientifici per esprimere le proprie opinioni e per partecipare alla vita politica, tendono a sostituirsi alle più classiche forme di intermediazione politica, in primis alla funzione di rappresentanza degli interessi e delle opinioni esercitata dai partiti. Per questo si parla insistentemente di passaggio dalla democrazia dei partiti alla democrazia del pubblico, e più in generale dalla democrazia alla “sondocrazia”, nella quale la partecipazione attiva del demos è sostituita dalla descrizione passiva delle opinioni. Per dirla con le parole di Giorgio Grossi “le scelte politiche finiscono per essere dettate, nel migliori dei casi, da presupposti approssimativi o, nel caso peggiore, da vere e proprie distorsioni procedurali che aprono la strada a scelte sbagliate – populiste, demagogiche, qualunquiste o apertamente corporative” (Giorgio Grossi – L’opinione pubblica, 2004).
Chi commissiona i sondaggi, così come chi li realizza, tende a proiettare sulla loro formulazione e sulla loro interpretazione, dei desiderata che non rispecchiano la realtà, né le opinioni dell’universo di riferimento e quindi non possono in alcun modo rappresentare degli affidabili strumenti di previsione delle scelte e delle preferenze dei cittadini-elettori.

Chiara Moroni

Chiara Moroni

Sociologa, insegna Comunicazione pubblica presso l’Università della Tuscia di Viterbo. Si occupa di comunicazione, politica, istituzioni, partiti, social media management. Nel 2017 è uscita la sua ultima monografia "Storie della Politica. Perché lo storytelling politico può funzionare" edito da Franco Angeli.

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