Politica

Pd e “Repubblica”: fenomenologia di un crollo parallelo (e sinistro)

Sarà pure l’effetto della capacità di costruirsi il nemico “su misura” tipica di Silvio Berlusconi versione campagna elettorale: stavolta saranno i 5 Stelle, «tutti gli altri son nessuno…». Ma è arrivata la realtà stessa a ribadirlo: dov’è finita la sinistra? Non è una domanda dal sapore morettiano ma un interrogativo declinabile in più contesti, data la crisi più che strutturale della proposta politica targata gauche.

L’ultima indicazione è giunta con il sondaggio Ipsos – studio rigoroso pubblicato dal Corriere della Sera – sulle prossime elezioni: la sinistra del Pd, per intenderci, sembra tornata a essere quel “partito appenninico”, localizzato e con qualche speranza di affermazione all’uninominale esclusivamente al centro Italia. Ben distante ormai, nei numeri e nella percezione, dal partito della Nazione che ha illuso Matteo Renzi ai tempi del 41% alle Europee del 2014. Di fatto quello che ci ritroviamo, a quaranta giorni dal voto, è l’anello debole del tripolarismo alla prima vera prova dal 2013.

Il rischio per la sinistra, espressione dei governi Letta-Renzi-Gentiloni, non è però solo di fare peggio del Pd di Pierluigi Bersani, ossia scendere sotto la soglia del 24%, ma è quello di non saper dare una risposta politica alla propria crisi: di rigettare – cioè – il massimalismo per aggredire le confortevoli sovrastrutture (antifascismo, antirazzismo etc.) che gli potranno garantire, al massimo, il diritto di tribuna o, peggio ancora, una riedizione a porte inverse del governo di unità nazionale che ha prodotto lo straniante “patto del Nazareno”.

Questo vale di certo per Matteo Renzi, sempre più chiuso nella ridotta di un partito di “nominati” a cui intende affidare – dietro il paravento delle figure scelte dalla società civile – il ruolo di corpo scelto per le manovre che potrebbero partire il 5 marzo (qualora dalle urne non dovesse emergere una maggioranza di centrodestra autosufficiente) e rimetterlo in scena come attore non protagonista. E per il resto della sinistra? Vale più o meno lo stesso ragionamento. Massimo D’Alema ha già mostrato il suo endorsement a un eventuale “governo del presidente” a trazione centrodestra, ponendosi anche in questo frangente come alternativa a Renzi (anche per i tanti malpancisti interni del Pd). In entrambi i casi emerge un minimalismo che sottolinea la crisi della (breve) stagione maggioritaria che tanta fortuna portò a Romano Prodi, non a caso rimpianto vivente per gli orfani dell’Ulivo.

La crisi della sinistra politica non si limita però al dato elettorale e alla balcanizzazione della “ditta”. Toni (melo)drammatici sta assumendo il conflitto ad alta densità che si sta consumando nel “giornale partito” per eccellenza, La Repubblica. Lo scontro che si è aperto tra Calabresi-Scalfari, ossia la direzione e il fondatore da una parte, e Carlo De Benedetti, l’ex editore e proprietario dall’altra, testimonia il tasso di smarrimento di un ambiente sempre più autoreferenziale ma non più autosufficiente.

Da una parte un giornale senza più bussola – che oscilla da un sostegno per la rentrée di Berlusconi (Scalfari) rispetto all’Ogm dei 5 Stelle, effetto collaterale della campagna antipolitica effettuata per anni dall’aristocratico disprezzo di Ezio Mauro, alla caccia paranoica e censoria sulla presunta onda nera (Calabresi); dall’altra un finanziere colto con “le mani nella marmellata” sui favori ricevuti da Renzi riguardo il capitolo banche e in preda a una crisi di nervi per la sentenza che riguarda i decessi degli operai nella sua ex Olivetti. Una crisi “coniugale” – a suon di ingaggi rinfacciati, prese di distanza della redazione, accuse di ingratitudine, interviste incrociate – che svela tic, comportamenti e faide plasticamente paralleli all’implosione del partito di riferimento: il PdR, da oggi “Partito disastrato de La Repubblica”…

Antonio Rapisarda

Giornalista e scrittore. Cronista politico per Il Tempo. Scrive anche per Diario del Web, Panorama e Tempi. Chitarrista di Lucilio s'è smarrito Seneca.
E' coordinatore editoriale di Charta minuta.

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