Editoriale

Quanto è strumentale lo “scandalo” sul censimento dei rom

CENSIMENTO (lat. census; fr. recensement, dénombrement; sp. censo, ennumeración, empadronamento; ted. Volkszählung; ingl. census, survey) – Operazione mediante la quale si determina statisticamente il numero degli individui appartenenti a una data categoria in un determinato momento.

L’Italia è un Paese semanticamente sensibile. Troppo spesso strumentalmente sensibile alla semantica. Se la politica è fondata non sulla verità, ma sulla percezione più diffusa d’essa, è pur vero che il sistema avrebbe il dovere di contribuire a definire una percezione il più possibile vicina se non alla verità, certamente all’obiettività dell’analisi.

E’ chiaro che in questo momento la parola d’ordine è demonizzare questo governo, cercando di renderlo il più possibile simile allo stereotipo del governo xenofobo e intollerante. Ed è altrettanto chiaro che la chiave comunicativa di buona parte di questo governo vada ad attingere esattamente in quel contesto di senso, perché è lì che si trovano i disagi non più tollerabili, l’incertezza, la paura dell’altro e quindi un potenziale consenso.

E’ un gioco delle parti pericoloso per il quale rischiano sopratutto i cittadini, le persone e il futuro di una comunità sull’orlo di una guerra sociale che nessuno può permettersi.

Nome e cognome, sesso, età. Ma anche rapporto con il capo famiglia, stato civile, professione o condizione lavorativa. E ancora culto, lingua parlata e lingua materna, conoscenza del leggere e dello scrivere, luogo di nascita e nazionalità politica, difetti fisici, proprietà immobiliare, caratteristiche familiari, descrizione delle abitazioni, fecondità: non sono le questioni relative ad una “schedatura su base etnica” – seppure alcune domande potrebbero risultare piuttosto insidiose – ma le aree tematiche indagate dal censimento che lo Stato italiano esegue ogni dieci anni sulla popolazione in quel momento presente sul territorio nazionale per mezzo dell’Istat e sulla base di regolamenti e accordi europei e internazionali (“Recommendations for the 2000 censuses of populations and housing in the ECE region”). Le raccomandazioni hanno costituito le linee guida per l’effettuazione dei Censimenti, la diffusione dei dati e la base per la determinazione dei contenuti informativi. United Nations economic Commission for Europe and statistical Office of the European Communities: Recommendations for the 2000 Censuses of populations and hosing in the ECE region, Statistical standards and Studies N° 49, United Nations Publications). 

Il censimento è una pratica antichissima – introdotto nell’antico Egitto è stato utilizzato da ogni tipo di potere statale in ogni epoca – che lo Stato utilizza per avere il controllo del territorio e per definire le risorse necessarie alla gestione di quel territorio e della relativa popolazione. Oggi viene legittimamente utilizzato non solo per definire “quante” siano le persone, ma anche per capire “chi siano”.

Eppure in questi giorni, il termine “censimento” è l’imputato al tribunale del confronto pubblico. Ma il termine rappresenta una prassi, un provvedimento, delle intenzioni. Capire quali esse siano e contestualizzarle nel caso specifico è il compito corretto di un dibattito pubblico responsabile. 

L’anomalia non sta nella proposta di un Ministro dell’Interno di sottoporre a questa procedura di indagine statistica tutte le persone presenti per vari motivi e a vario titolo sul territorio italiano; l’anomalia sta nel fatto che esista una etnia che, in virtù dell’essere proprio quella etnia, possa sfuggire a qualunque tipo di indagine e classificazione. Se Sinti e Rom fossero stati trattati come tutti, oggi non sarebbe necessario distinguerli dagli altri, sarebbero normalmente censiti come il resto della popolazione italiana, europea, occidentale e non solo, la differenza su base etnica è stata fatta in passato non oggi.

Il termine “censimento” è legittimo non solo semanticamente, ma anche nella prassi che descrive. Prima di richiamare le assonanze semantiche ad una delle pagine più buie della nostra storia, sarebbe necessario e corretto comprendere la ratio del provvedimento, evitare congetture, basarsi sui fatti, provare ad essere “paladini” dell’oggettività, se non proprio dell’obiettività. 

Chiara Moroni

Sociologa, insegna Comunicazione pubblica presso l’Università della Tuscia di Viterbo. Si occupa di comunicazione, politica, istituzioni, partiti, social media management. Nel 2017 è uscita la sua ultima monografia "Storie della Politica. Perché lo storytelling politico può funzionare" edito da Franco Angeli.

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