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Rifare l’Europa per salvare l’Europa

L’Europa celebra il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma con la stessa concordia e serenità d’animo con le quali si firmava il trattato di Versailles nel 1919. Ad ogni tornata elettorale in un Paese del Vecchio Continente, nei corridoi dei palazzi di Bruxelles si cammina nervosamente, come in una sala d’attesa. «L’Unione Europea si salverà? Sopravviverà? Ce la farà anche stavolta?» si chiedono le classi dirigenti smarrite e spaventate, che guardano con gli occhi sbarrati i primi exit poll nella speranza di scorgervi segnali favorevoli. Le elezioni in Olanda, le ultime in ordine di tempo prima del piatto forte – le presidenziali in Francia, con l’ombra di Marine Le Pen che già da mesi agita il sonno degli europeisti – sono state un’altra, patetica puntata della soap opera di un’Unione ormai sull’orlo di una crisi di nervi. Una palese perdita di razionalità, considerato il messaggio – oltre la sfera della cantonata – che molti media hanno diffuso subito dopo l’esito delle elezioni olandesi, e al quale larghi settori dell’opinione pubblica hanno abboccato: l’Unione è salva, i “populisti” hanno perso. Da tempo sappiamo di dover convivere con la superficialità del pensiero breve, dell’analisi ridotta a spasmo intellettuale e capriccio linguistico: stavolta siamo dinanzi a vera e propria spazzatura ideologica. A questo, ormai, si è ridotto il dibattito sul futuro dell’Unione Europea: ad un noioso, infantile codice binario del pro o contro, tra gli estremi della perenne paura del “populismo” o dell’identificazione nell’euro del capro espiatorio per i tanti mali cronici – e storici – dell’Italia.   

Mark Rutte, il liberale olandese che, secondo l’autorevole giornalismo di casa nostra, con la sua vittoria avrebbe dunque salvato l’Europa, in verità si era espresso con queste parole: «L’idea di creare un’Unione ancora più stretta è morta e sepolta. Se continuiamo a dire che stiamo andando, passo dopo passo, verso una sorta di super-stato europeo, beh, questo è il modo più rapido per smantellare l’Unione Europea». Parole che, secondo gli schemi comunicativi correnti, verrebbero presto considerate populiste e sommerse da autorevoli pernacchie. Eppure le tesi di Rutte, lungi dall’essere eroe o salvatore, faticano ad essere anche solo accettate e introdotte serenamente nel dibattito. Rutte, in realtà, detta una linea pacata ma ferma, scevra di slogan ma ricca di contenuti: da liberale consapevole e pragmatico, rifugge il ridicolo gioco della caccia al populista e affronta senza remore il vero nodo gordiano: cosa vuole fare l’Europa da grande? Davvero non c’è altra strada al vuoto slogan “più Europa” che viene ripetuto come un mantra?

Rutte ha ragione, e qualsiasi persona di buon senso dovrebbe rifuggire l’ipotesi di trasformare l’Unione Europea nei fantomatici Stati Uniti d’Europa. Questo ennesimo sogno – incubo? – costruttivista peggiorerebbe una situazione già quasi compromessa: sarebbe l’ennesima risposta emotiva e raffazzonata, e paradossalmente andrebbe a gettare ulteriore benzina sul fuoco dei “populismi”. Ciò che dovrebbe fare l’Unione Europea, anziché stancamente e vanamente celebrarsi, è fermarsi a riflettere: fare una sana auto-critica e intraprendere un profondo esame di coscienza. Una maggiore integrazione politica in senso cosiddetto federale significa, al di là di una fumosa riforma delle istituzioni europee, condividere il debito: per quale motivo i Paesi nordici devono diventare il lombardo-veneto dell’Europa federale, e finanziare le marchette elettorali del Renzi di turno? Non v’è alcuna logica e alcun beneficio nel voler trasformare questa Unione Europea in crisi esistenziale in una grande Italia dove sarebbe ancora più difficile mantenere in armonia i conti, e dove si scadrebbe ancor più nell’assistenzialismo clientelare: non è un caso che si sia improvvisamente tornato a parlare di «Europa a due velocità».

L’Europa compie sessant’anni, dunque, ma è invecchiata male. La verità è che la sua crisi è iniziata già nel 2005, quando Francia e Olanda respinsero attraverso i rispettivi referendum la velleitaria costituzione europea firmata a Roma due anni prima. Si trattò del primo, vero stop popolare  – oggi, forse, alcuni direbbero “populista” – al costruttivismo di Bruxelles. Da allora l’Unione si è avviluppata su stessa: è diventata l’Unione delle carte bollate, dell’irreversibilità a tutti i costi, dell’ipertrofia tecnico-burocratica. Ecco perché, dinanzi a un quadro così incerto e difficile dal quale emerge una costante disaffezione, non si devono avere remore nell’esplorare sentieri poco battuti. Rifare l’Europa, per salvare l’Europa: si inizi a discutere seriamente di assetto confederale e rinegoziazione dei trattati, senza preconcetti né dogmi. L’approdo di una tale visione è senz’altro tutto da scrivere, ma può portare al fiorire di nuove idee e soluzioni che siano alternative ad un oceano di retorica buono solo per qualche editoriale.

Federico Cartelli

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Federico Cartelli

Nato a Padova nel 1983, è laureato in Scienze politiche all’Università Federico II di Napoli. E' analista di politica italiana e internazionale. Ha pubblicato per Il Giornale, nella collana “Fuori dal coro”, il libro "La costituzione più brutta del mondo" e, per Edizioni La Vela, "A Trump romance - Cronaca di un'elezione mai annunciata". Ha inoltre pubblicato, su Amazon, "Guida rapida e razionale contro la riforma costituzionale" e "Costituzione, Stato e crisi – Eresie di libertà per un Paese di sudditi", con prefazione di Carlo Lottieri.

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