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Sfida Macron-Le Pen: la frattura è “progresso” o “prossimità”?

Marine e Macron

Società aperta, nonostante il “terrore”, contro Francia profonda, nonostante i social. Europa come Stato federale contro Europa (confederazione) delle nazioni. Spirito di Ventotene contro visione di De Gaulle. In ballo, domenica prossima, non vi è solo l’essenza della Quinta Repubblica francese e la capacità di tenuta di ciò che resta dell’union sacreée contro l’avanza dei nazional-populisti guidati da Marine Le Pen; in gioco vi è gran parte del futuro immediato dell’Unione europea, del profilo politico dei governi che si formeranno da qui ai prossimi mesi ma anche il codice della rappresentanza: “progresso” o “prossimità”?

Quella tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen per l’Eliseo non poteva non rappresentare meglio, infatti, la sfida della nuova frattura che ha sostituito oramai la dicotomia di scuola destra-sinistra: tra “En Marche!” del trentanovenne ex ministro di Hollande e “Au nom du peuple” della figlia di Jean-Marie lo scontro si è caratterizzato nell’evidenziare in termini plastici ciò che divide il centro dalla periferia, le città multietniche dalla provincia radicata, i garantiti dalla globalizzazione nei confronti dei cosiddetti sconfitti della globalizzazione.

Indicativo lo scambio di battute andato in onda durante l’ultimo confronto televisivo tra i due candidati: «Il signor Macron è il candidato della mondializzazione selvaggia, della guerra di tutti contro, tutto pilotato dal signor Hollande che manovra nella maniera più chiara possibile» ha attaccato l’esponente frontista sottolineando il fatto che l’avversario rimanga a suo avviso «un banchiere affarista» mentre lei invece è la «candidata del popolo, la candidata della Francia da proteggere». A tono la replica di Macron che ha attaccato l’avversaria accusandola di esprimere «uno spirito della sconfitta» che impedisce secondo lui la possibilità che il Paese possa andare avanti con una presidente che pensa che «la mondializzazione sia troppo dura, che l’euro sia troppo duro».

Al di là dei reciproci attacchi spot, emerge chiaramente come centrale per i due candidati al ballottaggio sia il rapporto con l’Ue, con la Bce e con la logica dei trattati da riformare su cui da anni si giocano carriere, come quella stroncata di Hollande. Perché è da questo rapporto, dove si snoda l’agenda sociale e sempre più quella “antropologica”, che si determinano i meccanismi centripeti e centrifughi che in Inghilterra hanno prodotto l’esito shock della Brexit. In Francia, poi, tutto ciò ha causato un ulteriore sommovimento dettato dall’incapacità dei partiti tradizionali di aggredire o interpretare la trasversale richiesta di governo dei fenomeni che viene chiamata sbrigativamente “populismo”.

L’irruzione e l’exploit dell’outsider centrista Macron – fino a pochi mesi fa conosciuto più che altro come ex ministro dell’Economia socialista e “ribelle” e a capo di un movimento liquido e non strutturato – è una di queste. Macron (su cui al primo turno si sono concentrati i voti dei socialisti in fuga da Hamon, i centristi di Bayrou ma anche diversi neo-gollisti) ha disegnato un inedito ballottaggio dove a scontrarsi si trovano adesso non più gollisti e socialisti contro il Fn (come è avvenuto nel 2002 tra Chirac e Le Pen padre) ma addirittura due populismi alternativi e radicali proprio perché radicalmente spostati sulle punte estreme dell’asse: di «un’Europa che protegge» ha parlato Macron, non senza correre qualche rischio in termini elettorali, in diretta tv, mentre Le Pen ha basato gran parte della campagna elettorale insistendo sulla “Frexit” (via referendum), sulla necessità di superare l’euro e sull’obbligo di rivedere gli accordi di Schengen.

Su tutto il resto, infatti, il programma di Macron non sembra scostarsi dal trend del governo di cui ha fatto parte dato che tutto all’insegna di una furba combine di liberismo, socialdemocrazia e un po’ di “sicurezza”. Sul fronte del lavoro, ad esempio, si muove sullo stesso binario del contestatissimo Jobs Act francese (mutuato da quello italiano). Riformista pure sul capitolo della contrattazione: intende favorire quella aziendale negli orari di lavoro, a scapito di quella collettiva nazionale, pur rimanendo dentro la cornice della legge sulle 35 ore settimanali. Di altro tenore la risposta di Marine Le Pen che più che concentrarsi sulle regole del mercato interno ha in mente un programma di rilancio del mercato interno e di difesa dello stato sociale (lì fattore di dinamismo) con il cosiddetto “protezionismo intelligente” che rappresenta la proiezione in casa di ciò che a suo avviso dovrà fare la Francia con gli altri Paesi: il ritorno al bilateralismo.

È evidente, però, che l’attenzione spasmodica – oggi non a caso si parla sempre di più di interconnessione – di tutti i paesi europei (ma anche di Usa e Federazione russa), nei confronti di ciò che accadrà domenica prossima, è tutta concentrata sull’indicazione che la seconda potenza d’Europa in merito alla sua adesione all’Ue. Macron “il pigliatutto” – è opinione ormai accettata: sostenuto da tutto l’establishment, i media, le cancellerie e il grosso dei partiti – da favorito rappresenta l’ultima invenzione, l’ultimo argine all’avanzata del ciclone Le Pen. Quest’ultima da parte sua è riuscita a trasformare il Front National in un partito “alleabile” (con lo sdoganamento a destra di Nicolas Dupont-Aignan e di diversi commentatori repubblicani), radicale ma non radicalizzato, percepito come vicino alla Francia “di sempre”. Tutti i sondaggi dicono che a Marine tutto questo non basterà. Ma, in base alla forbice tra i due, è altrettanto assodato che la probabile vittoria di Macron potrebbe nascere azzoppata in vista delle Politiche di giugno. E con un Presidente fragile, senza partito e «governato dalla Mekel», come lo ha liquidato velenosamente Le Pen, non è detto che la partita non possa riaprirsi ben prima dei cinque anni. E stavolta senza “jolly”.

Antonio Rapisarda

Giornalista e scrittore. Cronista politico per Il Tempo. Scrive anche per Diario del Web, Panorama e Tempi. Chitarrista di Lucilio s'è smarrito Seneca.
E' coordinatore editoriale di Charta minuta.

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