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Il “sociologo” Tullio De Mauro

In questo momento di commemorazioni dell’opera e dell’impegno civile di Tullio De Mauro, è utile sottolineare la dimensione sociologica dei suoi studi di linguistica. L’interesse del Maestro per la lingua italiana non era solo intrinseco, egli ha mostrato un interesse radicale per l’impatto sociale, per gli effetti individuali e collettivi che un certo livello di conoscenza diffusa della lingua italiana esercita sulla popolazione e sulle dinamiche sociali e politiche.
Ripetutamente De Mauro ha cercato di porre all’attenzione del dibattito pubblico lo scarsissimo livello di conoscenza e di comprensione della lingua madre da parte di sacche incredibilmente nutrite di popolazione.
Una questione politica, prima che culturale, un problema di sviluppo e di crescita collettiva, oltre che individuale, che non ha però efficacemente interessato nessun “riformatore” del sistema di istruzione e di formazione del nostro Paese.
In Italia il 70% della popolazione adulta non è in grado di comprendere un testo scritto, non possiede cioè le capacità linguistiche elementari, e tale incapacità costituisce sopratutto un ostacolo alla comprensione del mondo. Le devastanti conseguenze di questo “analfabetismo funzionale” colpiscono certo l’individuo, ma hanno evidentemente un impatto sociale altrettanto importante.
Il linguaggio ha una funzione performativa, aiuta a descrivere e quindi a comprendere la realtà, contribuendo a costruirla: attraverso la ricchezza del linguaggio è possibile percepire la ricchezza del mondo, più è povero il linguaggio più è difficile sapersi orientare nel mondo. A più riprese De Mauro ha cercato di evidenziare come la lingua sia un sistema di norme il cui possesso rende uguali e consapevoli. Senza queste competenze, affermava De Mauro: “Ci si chiude nel proprio particolare, si sopravvive più che vivere […] in queste condizioni rischiamo di diventare, come diceva Leonardo da Vinci, transito di cibo più che di conoscenze, idee, sentimenti di partecipazione ideale”.
Queste condizioni sono causa di una consistente diminuzione del senso civico: “Abbiamo bisogno di un buon livello di istruzione per poter trovare le fonti buone per informarci e per utilizzare bene queste informazioni, per utilizzarle criticamente. Questo sarebbe indispensabile per tutti, per un buon esercizio del voto”.
Ora non avremo più la garbata intelligenza di questo Maestro – non solo della linguistica, ma anche della società e delle connessioni di senso – a ricordarci come il linguaggio sia un fatto sociale, non resta che augurarsi una presa di coscienza da parte della politica più intelligente e lungimirante che dovrà assumere su di sé la responsabilità di sostenere la battaglia all’analfabetismo funzionale e alla formazione di cittadini consapevoli e critici.

Chiara Moroni

 

Chiara Moroni

Sociologa, insegna Comunicazione pubblica presso l’Università della Tuscia di Viterbo. Si occupa di comunicazione, politica, istituzioni, partiti, social media management. Nel 2017 è uscita la sua ultima monografia "Storie della Politica. Perché lo storytelling politico può funzionare" edito da Franco Angeli.

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