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“Sovranismo di governo”: la vera sintesi tra Francia e Italia?

Si diceva che l’esito delle elezioni presidenziali di Francia avrebbe determinato un effetto domino, ossia un chiarimento definitivo nel centrodestra italiano in termini di gerarchie, composizione, metodologia e agenda. Come è andata? Trascorsi già diversi giorni dal D-day d’oltralpe, la coalizione (?) continua ad oscillare pericolosamente come un dondolo: avanti, indietro, avanti e indietro. Di più: la vittoria di Emmanuel Macron – netta ma non scevra di contraddizioni – e la “sconfitta vittoriosa” di Marine Le Pen – un risultato storico ma insufficiente per vincere – invece di stabilizzare il quadro hanno dato, paradossalmente, una spinta ancora più decisa al movimento oscillatorio che rischia, continuando così, di rompere il delicato marchingegno unitario rimesso in moto (con fatica) in vista delle Amministrative.

La discordia, da qualche settimana a questa parte, è una faccenda a due tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini: il primo è sempre più irritato dal protagonismo e delle ambizioni del leader della Lega Nord, che da parte sua non fa trascorrere un giorno senza inchiodare Forza Italia ai nodi del rapporto con l’Ue; il secondo è insofferente verso le “bacchettate” dell’ex premier nei confronti della ricetta di governo dei sovranisti, giudicata dal Cavaliere insufficiente e “unfit” per tentare la scalata a palazzo Chigi. Ad esasperare la divisione sono giunti poi gli apprezzamenti di Berlusconi per la vittoria del centrista Macron («una bella notizia»), considerati gravi e densi di sospetto da parte di Salvini che vede, dietro queste parole, il rischio e un auspicio nemmeno velato della riproposizione di uno scenario simile anche in Italia.

A complicare ulteriormente il quadro si è aggiunto anche il clima pesante che sta accompagnando la vigilia congressuale della Lega Nord. A Matteo Salvini, lanciato alla riconferma di una leadership leghista conquistata a suon di risultati ma anche di rupture geografiche e politiche (che hanno creato non pochi mal di pancia in ciò che rimane del Carroccio che fu), negli ultimi giorni si è contrapposto Gianni Fava, già assessore regionale in Lombardia, che nel nome di una Lega che vuole tornare alle origini padaniste ha irrobustito la sua candidatura (nata di bandiera, in un primo momento) con gli endorsement di Umberto Bossi ma soprattutto del governatore della Lombardia Roberto Maroni. Quest’ultimo ha esplicitato tutta la sua contrarietà alla “Lega lepenista” dell’attuale segretario e aperto a un’intesa col Cavaliere che ricalchi lo schema classico del Carroccio “bossiano”, ossia accanto Forza Italia.

Tutto questo accade, altro paradosso, con un centrodestra che – per lo meno da un punto di vista aritmetico – contende in tutti i sondaggi la testa delle preferenze degli italiani, se si votasse in questo momento. La mancanza, però, di una legge elettorale organica, il tatticismo esasperato da parte di Matteo Renzi – il vero responsabile di un Italicum votato e “valido” per una sola delle due Camere – e l’implosione della “vocazione maggioritaria” da parte di Forza Italia (scopertasi da qualche mese neoproporzionalista), non permettono però la definizione programmatica e la composizione strutturata della coalizione di centrodestra: ossia di una compagine radicalmente alternativa al M5S ma che scongiuri allo stesso tempo, come chiedono i due “quarantenni”, ogni tentazione nazarenica nel post-voto.

In questa fase delicata Giorgia Meloni si è ritagliata il ruolo di “cerniera”. Ascoltata da Berlusconi e rispettata da Salvini, la leader di Fratelli d’Italia con sempre più insistenza continua a prospettare come soluzione il cosiddetto “sovranismo di governo”, ciò che reputa essere la via italiana alla crisi della destra francese: ossia la capacità nel Belpaese, a differenza della lotta intestina tra neogollisti e frontisti, di fare sintesi tra i cosiddetti “populisti” e i moderati. Fatto, questo, che si ripete con alterne fortune dal ’94 ma che oggi, a suo avviso, è ancora possibile. Con alcuni “se”: a patto che il Cavaliere accetti una completa democratizzazione sui temi (ossia un’agenda “altra” rispetto ai desiderata del Ppe), un metodo di selezione della leadership (l’introduzione delle primarie) e dimostri intransigenza nei confronti di un’intesa con il PdR, col partito di Renzi, qualora dalle urne – come prevedibile con l’attuale sistema – nessuno dovesse raggiungere il quorum. Su una piattaforma poggiata su questi tre totem, è la convinzione di Meloni ma anche di esponenti azzurri come Paolo Romani e Giovanni Toti, è possibile pensare di arrivare laddove i cugini francesi per idiosincrasia si sono fermati: trasformare, cioè, quella maggioranza del senso comune, sensibile ai temi della sicurezza, della sovranità e dell’identità, in maggioranza di governo.

Antonio Rapisarda

Giornalista e scrittore. Cronista politico per Il Tempo. Scrive anche per Diario del Web, Panorama e Tempi. Chitarrista di Lucilio s'è smarrito Seneca.
E' coordinatore editoriale di Charta minuta.

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