Novità

Se tornare a “pensare” è una scelta politica davvero al passo coi tempi

La quotidianità politica fa sì che si renda necessario tornare sul tema della centralità del pensiero in politica, sulla necessità – ormai per lo più frustrata – di un ritorno all’elaborazione intellettuale e alla scelta, ponderata e ragionata, dei fini. Se per gli Antichi la buona politica era determinata dalla conoscenza e il fine non era messo in discussione, perché la politica possedeva un unico e indiscutibile fine che era la realizzazione dell’ordine giusto e ideale della Polis; per i Moderni, al contrario, la politica è stata scelta dei fini. Per gli Antichi la buona politica era una sola, quella conforme alla natura propria della società, mentre per i moderni non esisteva una politica buona in assoluto, ma esistevano politiche valide in relativo, legate alla scelte degli uomini politici. Oggi manca anche la possibilità di condurre la politica nel senso dei Moderni, perché con tutta evidenza mancano progetti tra i quali operare un “scelta politica”: non c’è un riferimento alla conoscenza, né alla scelta. Oggi il motore della politica è la necessità. La necessità non è né vera né falsa, semplicemente è la condizione che si viene a creare. Per la necessità e per tentare di governarla non sono necessari conoscenza e elaborazione teorica sui fini.

Le ultime elezioni politiche, al netto delle distorsioni sistemiche che hanno evidenziato e della generale bassa qualità del dibattito elettorale, segnano un ulteriore punto di involuzione nel rapporto tra pensiero e politica: la necessità non è più neanche un problema da risolvere proponendo soluzioni possibili, ma diviene strumentalmente il mezzo attraverso il quale la politica si afferma elettoralmente. Questa distorsione non è solo di approccio alla cosa pubblica da parte della politica, ma diventa sempre più distorsione del senso profondo della democrazia, perché se questa è la forma della sostanza e la sostanza è la politica, se viene a mancare la politica, la forma diventa un involucro inutile.
Naturalmente il punto non è deprecare il presente, ma comprendere il significato di ciò che accade e elaborare su questo un pensiero utile a costruire un futuro tanto prossimo quanto necessario.

Ecco allora che il pensiero è l’unica arma che possediamo per tornare a dare sostanza di valore alla politica e di conseguenza alla democrazia. Non solo un pensiero atto a ricostruire identità politiche e sistemi valoriali di riferimento, ma anche un pensiero che sia costituito di analisi socio-politiche, culturali, del mutamento. L’astrattezza per il quale il pensiero viene liquidato da molta della politica contemporanea è un alibi per non doversi impegnare nella costruzione di possibili alternative tra cui fare una scelta, questa sì politica nel senso più vero e più costruttivo del termine. Non credo che i cittadini chiedano questa politica o apprezzino solo le micro soluzioni propagandistiche che sono ormai abituati a ricevere. Se avessero la possibilità di confrontarvisi, i cittadini apprezzerebbero il discorso sui fini generali, e riuscirebbero con maggior chiarezza a distinguere tra mezzi e fini, tra scelta politica e tattica elettorale.

 

Chiara Moroni

Sociologa, insegna Comunicazione pubblica presso l’Università della Tuscia di Viterbo. Si occupa di comunicazione, politica, istituzioni, partiti, social media management. Nel 2017 è uscita la sua ultima monografia "Storie della Politica. Perché lo storytelling politico può funzionare" edito da Franco Angeli.

Destina il 5×1000 alla Fondazione Farefuturo

Oggi più che mai il ritorno della Politica – dello sviluppo e della promozione di una buona politica – è una vera e propria “emergenza” nazionale, un antidoto necessario per restituire un binario, una direzione alla nostra Italia. La Fondazione Farefuturo, fin dalla sua nascita, si spende senza sosta per questo: studiare, analizzare ma soprattutto proporre modelli e soluzioni per sostenere i valori del buongoverno e con questi l’Italia che produce, che investe sul domani.

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