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Welfare: perché bisogna spendere meno, e meglio

di Federico Cartelli

“Il neoliberismo ha smantellato il welfare” è un ritornello che si ripete – e si ripeterà, con ancora maggiore insistenza in vista della prossima campagna elettorale – da diversi anni. Dal palesarsi della crisi economica si sostiene da più parti che è stata messa in atto una “macelleria sociale” che ha colpito le fasce più deboli, finendo col ridurre molti italiani in una condizione di povertà. Se è indubbio che l’Italia sia diventata la periferia economica del continente – seconda solo alla disastrata Grecia – e stia consolidando questo poco invidiabile status con una ripresa che stenta se confrontata al resto d’Europa, poca onestà intellettuale continua a essere adoperata quando si tratta di analizzare le cause che hanno portato a tale condizione.

Nell’affrontare una tematica molto delicata come il welfare, si finisce col cadere nei già citati luoghi comuni, con larghi settori della politica a cavalcare il malcontento e a rispolverare alcuni slogan buoni per ogni stagione, come il sempreverde “serve più spesa”.

Coloro che, al contrario, intendono approcciare l’argomento con la corretta razionalità – la quale dovrebbe sempre essere la stella polare di una classe dirigente che ambisce a essere tale – può visionare il Quarto Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano – Andamenti finanziari e demografici delle pensioni e dell’assistenza per l’anno 2015, stilato dal Centro studi Itinerari previdenziali. Il quadro che emerge aiuta a smentire la vulgata imperante con alcuni numeri piuttosto interessanti. In particolare, a perdere di consistenza è l’idea che l’Italia spenda poco per lo stato sociale: in realtà, è fra quelli che spendono di più. Il problema, dunque, è che l’Italia spende tanto, e male.

Emblematiche sono le parole di Alberto Brambilla, presidente del Centro studi, raccolte da La Stampa: «A differenza di quanto spesso si afferma – cioè che in Italia si spende molto meno per il welfare rispetto agli altri Paesi europei – la spesa per prestazioni sociali nel 2015 ammonta a 447,396 miliardi di euro e incide per il 54,13% sull’intera spesa statale, comprensiva degli interessi sul debito pubblico, e del 27,34% rispetto al PIL, cioè uno dei livelli più elevati in Europa. È evidente che si tratta di un onere difficilmente sostenibile in futuro, che già ora limita gli investimenti pubblici in tecnologia, ricerca e sviluppo, unica via per garantire la competitività del Paese e un futuro più favorevole per le giovani generazioni già gravate da un abnorme debito pubblico».

Il paradosso italiano, scomodo per le campagne elettorali ma tremendamente attuale, è che l’abnorme pressione fiscale serve a finanziare servizi pubblici spesso al di sotto degli standard occidentali, e a foraggiare un welfare incoerente e squilibrato, composto da un degenerato assistenzialismo clientelare e parassitario, e da un carico di prestazioni previdenziali – spacciate come intoccabili diritti acquisiti – retaggio delle sconsiderate politiche adottate tra gli anni Sessanta e Ottanta

Un aspetto messo in evidenza nel rapporto dell’Eurostat riferito al 2014 in merito alla spesa sociale nei paesi dell’Unione: la media europea mostra che il 45,9% viene impiegato per le pensioni, 36,5% per sanità e assistenza ai disabili, l’8,5% per la famiglia, il 5,1% per i disoccupati e il 4% per le politiche abitative e l’esclusione sociale. In Italia, al contrario, ben il 58,6% della spesa sociale viene assorbito dalle pensioni, mentre la sanità ammonta al 29,4%, le politiche per la famiglia il 5,4%, i sussidi di disoccupazione il 5,8% e le politiche abitative e l’esclusione sociale appena lo 0,8%. Piuttosto significativo, riguardo a quest’ultima voce, che peggio dell’Italia riesca a fare solo la Grecia – 0,2% – , che casualmente è il Paese che spende di più per le pensioni: ben il 65% della propria spesa.

Che l’euro sia sempre più simile a un esperimento discutibile e dal futuro incerto, non c’è dubbio. Così com’è indubbio che l’Unione Europea vada ripensata in toto. Tuttavia, l’Europa non può diventare un comodo capro espiatorio buono per tutte le stagioni. Un doveroso e legittimo euro-scetticismo non può scadere sistematicamente nell’euro-giustificazione. Non è certo colpa dell’Europa, del neoliberismo o di Angela Merkel se il 29 dicembre 1973, durante il governo Rumor, maggioranza e opposizione votarono compatti le baby-pensioni, che ancora oggi, come ha ricordato Tito Boeri, hanno un impatto devastante sul debito pubblico. I cacciatori di consenso facile che invocano più spesa per continuare ad alimentare questo fallimentare sistema di welfare – che è, a tutti gli effetti, un furto generazionale e una tassa sui più deboli – si facciano, se possibile, un esame di coscienza.

Federico Cartelli

Nato a Padova nel 1983, è laureato in Scienze politiche all’Università Federico II di Napoli. E' analista di politica italiana e internazionale. Ha pubblicato per Il Giornale, nella collana “Fuori dal coro”, il libro "La costituzione più brutta del mondo" e, per Edizioni La Vela, "A Trump romance - Cronaca di un'elezione mai annunciata". Ha inoltre pubblicato, su Amazon, "Guida rapida e razionale contro la riforma costituzionale" e "Costituzione, Stato e crisi – Eresie di libertà per un Paese di sudditi", con prefazione di Carlo Lottieri.

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